Cultura

Giosuè Carducci e il suo bisogno di ridare vita alla poesia classica

Giosuè Carducci nasce il 27 luglio 1835 a Valdicastello, vicino Lucca, e fino al 1839 vive immerso nel paesaggio selvatico della Maremma. Gli anni in Toscana rivestono un ruolo fondamentale per la formazione della sua sensibilità poetica: l’immagine di una natura incontaminata e al contempo vitale accompagnerà tutta la sua produzione. I suoi versi hanno investito Carducci di un’importante ruolo rendendolo un pilastro della poesia del nostro Paese e primo italiano a vincere il Nobel per la Letteratura nel 1906.

Classico contro Romantico, un dibattito caro a Carducci

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Giosuè Carducci

‘’Colui che potendo esprimere un concetto in dieci parole ne usa dodici, io lo ritengo capace delle peggiori azioni’’.

In questa frase emerge – seppur tra le righe – il riferimento al dibattito che muoveva gli animi degli intellettuali della sua epoca in merito all’opposizione tra classicismo e romanticismo. Dopo la laurea in filologia, conseguita a Pisa, partecipa infatti agli incontri della società “Amici Pedanti” che si batteva per un immediato ritorno al classicismo della letteratura contro la modernità e le nuove idee del Romanticismo.

In Italia, nonostante la diffusione di alcune delle idee romantiche circolanti in Europa nel corso dell’Ottocento, il classicismo non si è mai del tutto spento. Tuttavia ha assunto un aspetto stantio, diventando un repertorio di figure a cui attingere e un linguaggio da imitare in modo sterile.

La rivoluzione metrica di Carducci: accento e ritmo

Carducci invece ripropone un classicismo energico, un modello elevato di comunicazione poetica che si mescola con un grande bisogno di realismo. La poesia, così concepita, dovrebbe – attraverso un linguaggio e tematiche riprese dal mondo greco e latino – raccontare la realtà senza introdurre elementi surreali o fantastici come quelli del romanticismo. Nel tentativo di vivacizzare la lingua classica Carducci cerca di riprodurre il metro latino basandosi appunto sul ritmo e sulla qualità sillabica a discapito della quantità e del gioco di vocali lunghe o brevi.

Un esempio è proprio la celebre poesia, dolce e sapientemente ritmata, San Martino del 1883. La cosiddetta Metrica Barbara fa parte dei suoi tentativi personali di ripristinare la metrica greca e latina utilizzando però il linguaggio volgare. I suoi migliori risultati in questo senso si hanno in quelli che erano i versi classici più diffusi, ossia il pentametro e l’esametro che vengono riproposti senza rime. Questa scelta aprirà poi la strada al nuovo tipo di verso che si diffonde nel Novecento: il verso libero.  

Temi reali e concreti

Alla base della sua opera c’è la ricerca di un’espressione armoniosa ed equilibrata, che rende chiaramente la realtà circostante senza fantasticherie. Ma una leggera nota romantica la si può ritrovare proprio nella sua esigenza di concretezza e la seguente malinconia che ne deriva. Gran parte della vita di Carducci confluisce nelle sue opere: l’amore per la Maremma, i numerosi lutti familiari, gli studi classici, le aspirazioni politiche.

Uno dei temi cardini – essendo l’autore filologo e critico – è inoltre proprio la Storia, in tutte le sue epoche. Nella Storia Carducci vuole scorgere gli ideali di vita laica e repubblicana in cui crede, la virtù dell’uomo che si costruisce da solo, lontano dalla superstizione religiosa. Mostra non a caso un particolare riguardo all’antichità ma sono oggetto di profondo interesse anche il medioevo e la rivoluzione francese.

L’interesse per il processo storico è applicato anche alla terra natia. Un crescendo verso una degradazione attuale e borghese sul cui sfondo si staglia un originario sfondo paesano e popolare della Maremma toscana della sua infanzia. Da arcaico e genuino il ricordo della maremma si trasforma tuttavia in un mondo distruttivo e crudele, a cui egli attribuisce addirittura la morte del figlioletto Dante in Pianto Antico (1871).

C’è una malinconia sottile e stratificata nei suoi versi, un senso di decadenza e un grigiore evidente. Così egli descriveva se stesso:

«Sono superbo, iracondo, villano, soperchiatore, fazioso, demagogo, anarchico, amico insomma del disordine ridotto a sistema; e mi è forza fare il cittadino quieto e da bene».

Alessia Ceci

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