Focalizzati sul sembrare, abbiamo bisogno di essere. Viviamo in una società che premia l’apparenza e trascura l’autenticità. In questo contesto, i giovani sono i più esposti al rischio di crisi identitaria e disagio psicologico. È urgente ripensare i modelli di valore e successo.
Identità a rischio sotto il peso delle aspettative
Siamo immersi in una società che osserva e giudica incessantemente. Etichettiamo, confrontiamo, incaselliamo. Valutiamo il valore di una persona in base a ciò che possiede, mostra, ostenta. Un mondo dove l’apparenza ha preso il sopravvento sull’essenza, e dove essere non basta più: bisogna sembrare.
Per i giovani, questa pressione sociale rappresenta una sfida e una pressione costante. L’adolescenza e la giovinezza sono fasi in cui si costruisce la propria identità. Ma come può un’identità crescere libera se continuamente condizionata da standard esterni e da aspettative sociali irrealistiche?
Giovani e salute mentale: un disagio in aumento
Secondo un’indagine del Censis e dell’Istituto Superiore di Sanità, quasi il 30% dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni ha vissuto episodi di ansia o depressione nell’ultimo anno. Una percentuale in netto aumento rispetto al periodo pre-pandemico.
Non si tratta solo di una questione sanitaria, ma sociale e culturale. Le cause del disagio mentale dei giovani sono molteplici: precarietà economica, incertezza sul futuro, bisogno di “performare” in ogni ambito — dal lavoro, all’aspetto fisico, fino alle relazioni. Tutto questo alimenta un malessere diffuso, spesso invisibile, che molti vivono in silenzio e solitudine.
La trappola del confronto e il vuoto lasciato dai social media
I social media, se da un lato offrono connessione, dall’altro amplificano la percezione di inadeguatezza. Ci sentiamo in difetto: meno belli, meno realizzati, meno felici. Un’indagine del Pew Research Center ha rivelato che oltre il 50% dei giovani adulti si confronta quotidianamente con gli altri online, riportando effetti negativi sulla propria autostima.
Si innesca così un meccanismo pericoloso: il bisogno di mostrarsi all’altezza, di essere accettati, di avere un valore riconosciuto. Ma un valore che spesso viene misurato con parametri esterni e superficiali.
In questa corsa all’apparenza, abbiamo dimenticato l’essenziale: respirare, ascoltarci, sentirci, conoscerci. Siamo sempre più scollegati da noi stessi, e sempre più connessi a un mondo che ci chiede di “funzionare”, non di essere. Ma l’essere umano ha bisogno di ben altro: di tempo, di silenzio, di verità. Di autenticità.
Ritrovare sé stessi significa spogliarsi delle maschere, riconoscere la propria fragilità e imparare ad accettarla. Solo così possiamo costruire un’identità solida, autonoma, libera da approvazioni esterne. Ed è in questa autenticità che risiede la chiave per una salute mentale più stabile e una vita più piena.
La società deve tornare ad attribuire valore non solo a ciò che si vede, ma a ciò che si è. Bisogna cambiare la narrazione, soprattutto per le nuove generazioni: meno perfezione, più umanità; meno prestazione, più presenza. Perché nessuno dovrebbe sentirsi “sbagliato” solo perché non rientra in uno schema imposto.
Educare al sentire, al rallentare, all’autenticità è forse uno degli atti più rivoluzionari che possiamo compiere oggi. Per noi stessi, e per i giovani che verranno.
Giorgia Torresin
Seguici su Google News





