Nel pop c’è una regola non scritta abbastanza semplice: per restare al centro, bisogna esporsi. Confessarsi. Trasformare il proprio dolore in una strofa, gli amori passati e quelli presenti, in una pista di indizi per i fan. Le popstar devono raccontarsi perché il racconto, ormai, è parte del prodotto. Non basta la canzone: serve il retroscena, la ferita da cui tutto è nato. È anche contro questa logica che si muove Kiss All the Time. Disco, Occasionally, il nuovo album di Harry Styles.

Kiss All the Time. Disco, Occasionally: uscire dalla gabbia pop

Harry Styles, per anni, è stato osservato così. Anzi, soprattutto così. Come figura da interpretare prima ancora che da ascoltare. Come la popstar globale, il sex symbol, il volto della mascolinità più morbida, che deve sempre comportarsi e raccontarsi come tale. E proprio per questo, forse, che a un certo punto è diventato tutto troppo stretto. Una gabbia resta una gabbia, anche quando è ben illuminata. E lui con quest’album ha provato ad uscirne.

È da questa prospettiva che dobbiamo guardare – o meglio ascoltare –  Kiss All the Time. Disco, Occasionally, il suo quarto album da solista uscito il 6 marzo scorso. Perché se crediamo che il cantante britannico non abbia più nulla da dire, sbagliamo.

Kiss All the Time. Disco, Occasionally non è di certo il suo album più riuscito sul piano testuale, ma il disco trasmette con esattezza ciò che vuole trasmettere: una sensazione. Un movimento. Un modo di stare dentro la musica senza consegnarsi del tutto allo sguardo di chi guarda.

Anche per questo ha senso che il disco sia stato costruito come una superficie notturna, più che come un diario aperto. C’è la tensione disco-funk, ci sono i bassi, le chitarre, i cori, una sensualità trattenuta che invece di esplodere si diffonde. Tutto pensato per creare una stanza (forse una della Harry’s House?) in cui entrare e ballare. Dove il soggetto arretra, e al suo posto resta l’effetto che produce.

Harry Styles: dal piedistallo alla pista da ballo

È uno spostamento meno piccolo di quanto sembri. Perché Harry Styles arriva a questo album dopo una pausa che aveva il peso di domande specifiche, come: perché sto facendo tutto questo? Che cosa resta di me, quando tutti sembrano già sapere chi sono? Quando la tua immagine ti precede sempre, il rischio non è soltanto quello di venire fraintesi. È quello di smettere di sentire un motivo vero per continuare. La gabbia era insieme mediatica e identitaria.

Kiss All the Time. Disco, Occasionally nasce da proprio da lì. Dalla sua necessità di pensare in modo “egoistico”, di un cantante che voleva essere lui il primo a godersi davvero la sua musica. Voleva fare canzoni che sul palco gli facessero sentire di essere in mezzo alla pista da ballo. Non più vivere il palco come piedistallo, ma come luogo in cui azionare qualcosa che riguarda tutti, compreso chi canta.

È qui che il disco trova il suo centro vero. Non nelle parole prese singolarmente, ma nel corpo. Nella folla. Nel ballo. Nell’istante in cui le persone, per la durata di una canzone, smettono di essere semplicemente individui isolati e diventano parte di una vibrazione comune. Styles racconta infatti di aver capito di essere pronto a tornare mentre era tra il pubblico di un concerto dei Radiohead, mentre osservava sconosciuti guardarsi, sostenersi, toccarsi una spalla, urlare insieme un ritornello. A un certo punto quindi, il senso di salire sul palco non è più stare al centro dello sguardo. È rendere possibile quella scena lì, esserne il mezzo.

Questo cambia anche il modo in cui si ascolta l’album. Se lo si cerca come archivio di rivelazioni, lascia insoddisfatti, ma se lo si cerca come tentativo di costruire un ambiente dove la malinconia e l’euforia possano convivere sotto la stessa luce stroboscopica di una palla da discoteca, allora il suo disegno diventa più chiaro. La musica da ballare qui non serve a cancellare il peso delle cose. Serve a cambiarne la consistenza. A metterle in movimento. A farle passare attraverso il corpo perché trovino un’altra forma, diventando più leggere.

Il senso della musica nel nuovo album di Harry Styles

Styles racconta di un’amica, Carla – a cui dedica il pezzo finale dell’album – che aveva appena scoperto Paul Simon e che ascoltava ossessivamente 50 Ways to Leave Your Lover. Lui le fa sentire Bridge Over Troubled Water, e guardarla ascoltare quella canzone per la prima volta diventa per lui come osservare qualcuno mentre scopre la magia. È lì che ritrova il senso. Non nell’idea di dire qualcosa di definitivo su di sé, ma nella possibilità di trasmettere a qualcun altro quel momento quasi fisico, in cui la musica ti tocca e ti sposta. In cui capisci perché esiste e perché tu trovi un senso per esistere attraverso essa. “Trasmettere” è forse la parola che tiene in piedi tutto il disco. Fare da medium, in tutti i sensi: canale, tramite, corpo attraversato da qualcosa che poi arriva agli altri.

Questo non significa che ogni opacità sia automaticamente profondità, o che ogni sottrazione sia una scelta vincente. Il rischio del disco esiste, e si sente. In alcuni momenti quella rarefazione sfiora davvero una certa distanza, come se la volontà di non consegnarsi producesse anche un leggero raffreddamento. Ma è un attrito coerente con la ricerca che il disco sta facendo. Non cerca il tipo di vicinanza che si ottiene spiegando tutto, piuttosto una prossimità diversa, più sensoriale e più instabile.

Allora no, la domanda iniziale probabilmente è sbagliata. Harry Styles non sembra un artista che non ha più nulla da dire. Sembra, piuttosto, un artista che per uscire dalla gabbia dell’immagine già pronta, abbia dovuto ricordarsi la cosa più elementare e tuttavia più difficile di tutte: la musica non serve sempre a spiegare. A volte serve a far succedere qualcosa. Tra i corpi. Nella folla. In quel punto preciso in cui, per pochi minuti, essere parte di qualcosa basta a trovare un senso. Anche quando tutto, sembra non averne.

Camilla Golia

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