Un nuovo capitolo ambientato nel mondo di “Shining”. Quasi quarant’anni dopo il film di Kubrick, Mike Flanagan e “Doctor Sleep” tornano a parlare della Luccicanza e dell’oscuro mondo di Danny Torrance

Arrivava un momento in cui ti rendevi conto che continuare a scappare era inutile. Che ovunque andassi, avevi sempre te stesso al tuo fianco” (“Doctor Sleep”, Stephen King)

Ci sono tre certezze nella vita, cinematograficamente parlando.
La prima: se non ti informi a sufficienza su un film, non dovresti andare a vederlo.
La seconda: il libro non è sempre migliore del film.
La terza: qualunque sia la tua opinione al riguardo, Stanley Kubrick è Dio.

Stanley Kubrick. PhotoCredit: Web

L’ultima considerazione sorge spontanea dopo aver passato anni a sentire tante persone tessere lodi sul maniacale regista di film quali “Barry Lyndon” e “Arancia Meccanica“. I tempi cambiano e talvolta mi è capitato di incontrare qualche temerario che si è “permesso” di definire Kubrick persino sopravvalutato.

Personalmente ho sempre trattato coi guanti lo zio Stanley, riconoscendogli tanti indiscussi meriti ma non necessariamente venerando tutte le sue opere.
Non che questo sia rilevante poiché se parli male di Kubrick, la gente fa la fila per spezzarti le gambe.

Uno dei titoli più celebri del maestro è senza ombra di dubbio “Shining”, una delle sue opere più discusse e, secondo molti spettatori, il miglior horror mai realizzato.

Jack Nicholson e Stanley Kubrick sul set di “Shining”. PhotoCredit: Web

Quando fu annunciata la realizzazione di “Doctor Sleep“, seguito delle disavventure della famiglia Torrance, molti rimasero inorriditi alla sola idea.

Costoro si erano però dimenticati di un terzo incomodo tra loro e Kubrick: Stephen King.

Stephen King. PhotoCredit: Web

Effettivo creatore di Jack Torrance e dell’Overlook Hotel, King non è mai stato un grande sostenitore dell’adattamento cinematografico del suo romanzo ma col tempo ne ha riconosciuto il valore e ha persino firmato un seguito letterario con protagonista un Danny adulto.

Portare “Doctor Sleep” sul grande schermo era un azzardo. Si poteva seguire soltanto la matrice o bisognava tener conto esclusivamente del film di Kubrick? La risposta è semplice: una via di mezzo.
Eroico artefice di simile (e riuscita) impresa è il buon vecchio Mike Flanagan, uno dei migliori autori dell’ horror contemporaneo.

Mike Flanagan, Ewan McGregor e Cliff Curtis sul set di “Doctor Sleep”. PhotoCredit: Web

Perché “Doctor Sleep” non è solo un film più che dignitoso ma anche un seguito efficace del tanto osannato gioiellino kubrickiano? La risposta è semplice: è un onesto prodotto di puro intrattenimento.

Flanagan, regista e sceneggiatore, ha eseguito il classico lavoro di “scrematura” di un libro valido ma non certo tra i migliori di King (come forse non lo era “Shining”, del resto), conservandone gli elementi vincenti (il tormento di Danny, la scoperta di altri suoi “simili”, le macchinazioni del Vero Nodo) e accantonando quelli più deboli (in particolare un espediente narrativo che nel romanzo era semplicemente ridicolo).

Riuscendo anche a sfoggiare l’ottima padronanza della macchina da presa che ha caratterizzato i suoi film passati (“Somnia“, “Oculus” e la miniserie “The Haunting of Hill House“), regalandoci un paio di sequenze memorabili (l’intrusione di Rose in casa di Abra) e azzeccando il cast (Ewan McGregor come Danny Torrance adulto è convincente e gli interpreti del Vero Nodo sono perfetti).

Il Vero Nodo. PhotoCredit: Web

La prova del nove però stava tutto nello scomodo ma necessario legame col film di Kubrick.
Flanagan non si fa problemi a replicare i virtuosismi (tecnici ed estetici) del maestro ma non li scimmiotta e anzi riesce anche a calibrare gli omaggi, senza scadere nel ridicolo (cosa non facile visto che, per ovvi motivi, alcuni personaggi del primo film vengono interpretati da altri attori) e stupendo anche lo spettatore più scettico (l’ultima mezz’ora di film è lì a dimostrarlo).

Rebecca Ferguson in “Doctor Sleep”. PhotoCredit: Web

Doctor Sleep” era necessario?
Difficilmente i seguiti sono “necessari” e molti rimarranno spiazzati dalle differenze stilistiche e narrative tra i due film (“Shining” non aveva una trama particolarmente complicata mentre qui ci sono persino tre linee narrative) ma Flanagan è riuscito a confezionare un ottimo film, bello da vedere, in cui ci ha messo tanto cuore ma soprattutto capace di conciliare il mondo di Stephen King con quello di Stanley Kubrick.

Che Luccicanza sia” (“Doctor Sleep”, Stephen King)

“Doctor Sleep”. PhotoCredit: Web

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