Moda

Hussein Chalayan e la sfilata dei burqa: un esperimento artistico e sociale

Adv
Adv

La collezione Primavera/Estate 1998 di Hussein Chalayan rimarrà per sempre nella storia. I suoi burqa hanno conquistato la passerella con grazia, rivalsa e originalità. Ma chi è l’uomo dietro le quinte e qual è il messaggio dietro la collezione?

Con un’inizio di giornata a dir poco spiacevole, dopo aver affrontato la notizia della morte di Thierry Mugler, ci sembra debito continuare a prestare omaggio alla moda attraverso le nostre parole: vi raccontiamo allora la storia di un altro genio creativo e della sua collezione più nota. A voi Hussein Chalayan.

Corre l’anno 1997. Yasmeen Ghauri benedice le passerelle con la sua bellezza eterea, Gianni Versace viene assassinato a Miami, Candace Bushnell scrive Sex and the City e in Inghilterra c’è uno stilista intenzionato a farsi ricordare.

Il londinese Hussein Chalayan, di origini turco-cipriote, scende in passerella alla London Fashion Week con il suo Burqa Show, per presentare la collezione Primavera/Estate 1998. Le modelle indossano tutte il burqa, ma in modi mai visti prima. Il capo tradizionale viene estrapolato dal contesto sociale e religioso per diventare altro, per essere al contempo un messaggio di denuncia e libertà. La libertà delle donne nel vestire, esporsi ed essere presenti nel mondo, che tanto sta a cuore ai mitici anni ’90.

Chalayan fa sfilare sei modelle con sei burqa differenti: per colore, materiale e soprattutto lunghezza. In che senso? Nel senso che i burqa si accorciano progressivamente. Che scandalo, che delizia. Il primo abito arriva fino a terra, il sesto non arriva neanche in passerella: l’ultima modella sfila solo con il copricapo, scoprendo il corpo in tutta la sua interezza

Alla critica in stato di shock Chalayan risponde: “Non doveva essere davvero offensivo. Doveva illustrare un particolare tipo di posizione. Si tratta della perdita culturale di sé”.

Perdita culturale che si trasforma in un’affermazione dell’identità femminile, che nella cultura musulmana passa instancabilmente in secondo piano. E questo non piace, né a noi, né allo stilista.

Attenzione: non è una denuncia al burqa. Come ha detto Chalayan, la sfilata non sembra tanto una presa di posizione critica e offensiva nei confronti dell’abito, quanto un promemoria alla cultura che lo ha creato. Rivendicare la possibilità di indossarlo con fantasia e libertà è stato un esperimento artistico, certo, ma dall’impatto sociale innegabile. Un punto di vista fresco su un dibattito antico e delicato, che cerca di dialogare con la religione e la cultura di un popolo.

La moda serve anche a questo, a ricordare a tutti che attraverso i vestiti che indossiamo mandiamo più messaggi di quanti ne potremmo esprimere, a volte, a parole. Nessun capo è silenzioso, nessuna passerella è quieta.

Hussein Chalayan, in quel turbolento 1997, urlava.

Serena Baiocco

Seguici su Metropolitan Magazine

Adv
Adv

Related Articles

Back to top button