Basket

I Celtics aspettano Walker, ma ne hanno davvero bisogno?

È il 5 ottobre 2018 quando Kyrie Irving di fronte a un gremito TD Garden giura fedeltà ai Celtics, annunciando di voler rimanere nel Massachusetts oltre il termine del contratto in scadenza l’estate seguente. Nemmeno un anno dopo si trasferisce a Brooklyn, New York, per vestire la maglia dei Nets. In biancoverde non era andato tutto come sperava e la separazione è stata quasi consensuale. Danny Ainge allora decide di puntare su Kemba Walker un giocatore meno talentuoso rispetto a Kyrie ma sicuramente meno “problematico”. Non dimentichiamoci che Uncle Drew è fermamente convinto che la terra sia piatta e qualche settimana fa prima di una partita di preseason, proprio contro i Celtics a Boston, ha deciso di bruciare della salvia passeggiando per il campo. Insomma problemi di leadership da una personalità di questo tipo possono anche essere prevedibili e Kemba avrebbe dovuto sopperire a questa mancanza dell’attuale giocatore dei Nets, portando ovviamente il suo contributo in campo.

La stagione 2019/20 di Walker

Kemba gioca tutto sommato una discreta Regular Season: 20,4 punti, che lo rendono il secondo miglior marcatore della squadra (sostanzialmente al pari di Jaylen Brown), e 4,8 assist di media a partita. Ma Boston è la franchigia più titolata della storia, merito che condivide con i Lakers dal termine delle scorse Finals, e l’obiettivo deve essere l’anello. Per raggiungerlo però è necessario vincere 16 partite ai Playoff ed è in questa fase della stagione che Kemba ha un calo notevole: a differenza di compagni come Tatum, Brown e Smart, la cui produzione offensiva cresce durante la postseason, quella dell’ex Hornets diminuisce di quasi un punto a partita, ma giocando sostanzialmente 6 minuti in più. Parametrando le statistiche per 36 minuti infatti la differenza aumenta a 4,6. Inoltre subisce una drastica diminuzione anche la percentuale dei tiri presi con i piedi oltre l’arco: si passa da un 38% pieno a un misero 31%. Per di più Walker viene costantemente bersagliato dagli avversari in difesa che fanno in modo che il proprio miglior attaccante finisca contro il numero 8.

Che fare con Walker?

Analizzando l’inizio di stagione di Boston si può dire che il record dei Celtics è addirittura migliore di quello effettivo. Dopo la vittoria con gli Heat, decisa dal game-winner di Pritchard ma sicuramente più significativa per via della protesta dei giocatori, Boston si ritrova con 6 vittorie al fronte di 3 sconfitte. Tuttavia, se escludiamo lo scivolone con i Nets di due straordinari Irving e Durant, le altre due sono arrivate praticamente al Buzzer (sbagliato contro Detroit e subito contro i Pacers). Tra l’altro i Celtics si sono “vendicati” con entrambe le squadre a meno di due giorni di distanza dalla prima sfida. Il problema della squadra di Stevens è la difesa: la squadra è diciottesima per punti concessi e addirittura ventunesima per Defensive Rating, dati che non faranno piacere all’ex coach di Butler University. Sicuramente il rientro di Kemba non può aiutare alla causa anzi l’effetto potrebbe essere contrario. Inoltre i Celtics dispongono di un roster piuttosto corto e mandano solamente 3 giocatori in doppia cifra: Tatum e Brown con oltre 26 punti di media, e Smart (12,1) ma con percentuali rivedibili. Walker sarebbe un’ulteriore opzione nell’attacco biancoverde (e logicamente un quarto giocatore in doppia cifra) ma per segnare, ovviamente, dovrebbe tirare. Dato che il quarto giocatore a roster per tiri tentati è Jeff Teague che non arriva a 7, questi tentativi a partita potrebbero essere sottratti anche ai due giovani talenti che stanno tanto bene performando in questo inizio. In conclusione, siamo sicuri che Walker sia così indispensabile per la franchigia o Danny Ainge sfrutterà il suo contratto (ancora un triennale da 108 milioni garantiti) per muoversi sul mercato?

Lorenzo Mundi

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