Gli oltre trecento dipendenti di Hyundai che il 4 settembre erano stati arrestati in Georgia sono ritornati in Corea del Sud. Erano finiti in manette dopo una maxi retata in uno stabilimento di produzione di batterie elettriche. Tre giorni dopo l’episodio, il governo sudcoreano e quello degli Stati Uniti hanno raggiunto un accordo, che prevedeva il loro rimpatrio.
La maggior parte delle persone arrestate si trovavano in un centro di detenzione a Folkston, sempre in Georgia. Secondo il dipartimento di Sicurezza i dipendenti sudcoreani erano entrati illegalmente nel Paese, avevano il visto scaduto o un visto che non permetteva loro di lavorare. Gli avvocati di alcuni di loro invece sostenevano che i loro clienti non rientrassero in nessuna di queste categorie, suggerendo che la detenzione non fosse giustificata.
Caso Hyundai: il tentativo di Trump di trattenere i lavoratori negli USA
Nel blitz erano stati fermati anche altri centosettantacinque lavoratori di altre nazionalità. Il volo che ha riportato i dipendenti sudcoreani a casa è decollato con un giorno di ritardo per volere dell’amministrazione di Trump, che ha voluto prima verificare che tutti fossero intenzionati a partire. Tra loro, solo una persona ha scelto di restare negli USA. Secondo i funzionari, l’iniziativa del presidente mirava a incoraggiare i dipendenti a rimanere e a formare gli americani.
Federica Checchia





