Cinema

“I nuovi mostri”, i sedili di una vecchia Rolls e la censura stasera in tv

“Ciao Giada, scusami con Renè e Chilone ma questa sera ho promesso a mammà di andare dalla principessa Altoprati, c’è una riunione per lo scisma Lefèbvre”. Ci avevano abituati allo spasso delle battute, polemizzando tra loro, facendosi reciprocamente da spalla. Alberto Sordi, Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, tornano a 15 anni di distanza dal capolavoro di Dino Risi con “I nuovi mostri” stasera in tv. Cinismo, superficialità, in quel graffiante luogo comune, ritratto dell’italiano anni ’70. Ci faranno sorridere con una punta di amarezza.

Ne “I nuovi mostri” del 1977, ad affiancare Dino Risi alla regia, altri due maestri della commedia, Ettore Scola e Mario Monicelli. La sceneggiatura è scritta da Age, Scarparelli, Bernardino Zapponi e Ruggero Maccari. Il paradosso, l’eccesso, la realtà che si rivela più assurda di qualunque ricostruzione. Una barzelletta filmata, dove i vizi sono i protagonisti. Nuove sequenze rispetto il film originario, dove trova spazio il racconto degli anni di piombo, del terrorismo, e della violenza che continuava sui muri delle strade di Roma. Il malcostume dilagante tra figli di papà, approfittatori, e la doppiezza della borghesia. Episodi, con le musiche di Armando Trovajoli, che si avvicendano secondo lo schema filmico in voga in quegli anni. Per una durata di 108 minuti. E non sempre trasmessi per intero: ne venivano eliminati, quasi ogni volta, l’immorale “Pornodiva“, per l’ingaggio di una giovanissima in una parte con una scimmia, e il finale di “Autostop” con una bambina che entra in scena. Quest’ultimo, con protagonisti Ornella Muti e Eros Pagni, del regista Mario Monicelli, si sarebbe ispirato ad un fatto di cronaca degli anni. Quando Luciano Re Cecconi, calciatore della Lazio, venne ucciso da un gioielliere che lo aveva scambiato per un rapinatore. Citate le Brigate Rosse, l’evasione dal carcere di Maria Pia Vianale e Franca Maria Salerno dei Nuclei Armati Proletari.

Tutti i mostri fanno così

Io non so neanche dove sia la casa, perché non c’è fica e non ho mai messo piede.E’ Giovan Maria Catalan Belmonte in persona. Solo la classe dantan di Alberto Sordi poteva rendere irresistibilmente comico un eccessivo refuso nobile. Residuo del pargolo viziato che fu. Una sorta di antenato di Diego Della Valle, ben vestito e pettinato con un’onda laterale di capelli; con una erre che vira sul moscio, elegantemente senza pesare, come fu poi quella di Flavio Briatore. Un predecessore dei tempi, questo snob che gira in Rolls Royce. Logorroico, con l’intercalare di un ‘caro‘ messo davanti a tutto. Chiede un’informazione stradale essendosi smarrito all’Eur, a un investito da un’automobile, gravemente ferito. La cassettina pronto intervento è nella Land Rover del safari in Africa, conosce solo cliniche private svizzere, ma proverà ugualmente a soccorrerlo. “Portame via“, è l’urlo disperato dell’uomo difronte le petulanti cronache mondane dell’altolocato.

“Lei mi ha fatto scoprire un ambiente a me del tutto sconosciuto: gli ospedali. Io mi farò delle pazze risate! Mi torcerò dalle risa quando lo racconterò al Jackie! Ma ti dico io! Un ospedale che alle 11 la sorella madre ti dà lo stop perché deve fare le sue ingroppate. In un altro, due gorilla in bianco che t’informano che l’ospedale rigurgita di contadini olandesi. In quell’altro non entri se non sei un reduce di guerra. L’etichetta del nobiluomo, nell’impagabile savoir-faire di Sordi. E ancora, dal suo repertorio favoleggiante: “Io guardi giro con questa mia vecchia Rolls, perché mi serve per rimorchio. Mi dice mammà e quegli stronzi dei miei amici ‘ma questo è un catorcio’, no, non è un catorcio, questo è un salotto viaggiante. Io prendo la mia preda, la colloco qui, mi reco in posti solitari, a contatto con la natura, la distendo su queste morbide poltrone… e pò ma’ n’gr... Sordi non era stato previsto nel cast, perché si temeva l’esosa richiesta dell’agente, il fratello Giuseppe. Ma l’attore chiese al produttore, Mario Cecchi Gori, lo stesso compenso degli altri, rinunciando al guadagno del doppiaggio.

A volte tornano

Nessuno degli episodi riporta la firma del regista, perché realizzati per sostenere Ugo Guerra, uno degli sceneggiatori e produttori più rinomati di quegli anni, rimasto paralizzato. Poi c’è il personaggio dell’oratore funebre, che è sempre Alberto Sordi. Tra i membri di una compagnia di avanspettacolo, le esequie del capocomico, da tragico momento diverranno inaspettata parodia: Io sogno sempre i baci tuoi! I baci mendaci tuoi! I baci mordaci tuoi! Mor…cci tuoi!”. L’episodio si conclude con le emblematiche immagini, metaforiche, di canti e balli, in un malinconico saluto. Quasi a rammentare la chiusura di un’epoca, la fine della commedia all’italiana, nata con l’avanspettacolo, e inadatta, oramai, ai tempi cinici e crudeli che si vivevano.

Tra i registi del film stasera in tv, “I nuovi mostri“, il più giovane è Ettore Scola. Sono i suoi, nonostante i titoli di coda non ne rivendichino la paternità, i tre filmati più riusciti: “Come una regina“, “Elogio funebre” e il celeberrimo “Hostaria!“; in cui si nomina Indro Montanelli che era stato gambizzato dalle BR. La trattoria di zozzoni che delizia i palati capitolini di alto rango; dove il cameriere e il cuoco, litigano senza tregua in cucina per questioni di gelosia, perché Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi sono due amanti omosessuali. Arrivando, a sberle, sputi, lancio di cibo, e rovinando e insudiciando le pietanze in cottura. Polipi che volano, epiteti inenerrabili, farina ovunque. Tra ‘zuppone alla porcara’ e vino della casa.

Gassman e Tognazzi cuochi amici

Una speciale magia godereccia, che pare evocare le serate a Velletri a casa di Tognazzi, che recita impeccabilmente nel film insieme a Gassman. Famoso per i suoi pranzi, dove l’arte di un attore di mondo, si mescolava alle braci roventi. E la cucina era un vizio da assaporare rigorosamente in compagnia. “I nuovi mostri” rappresentò l’Italia agli Oscar 1979. La decisione sollevò aspre polemiche dal sindacato critici cinematografici, che gridò allo scandalo per aver ignorato “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi. “Differenze con I mostri del ’63? Quelli erano più buoni e più romantici, oggi sono più feroci e più drammatici”. Così rispondeva Dino Risi. La verità è che Gassman, Tognazzi e Sordi fanno paura, dipingendo questi ‘nuovi mostri’. Oggi come allora, dietro l’angolo.

Federica De Candia per Metropolitan magazine

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