La città di Napoli nasce da un cuore infranto, dalla più umana delle circostanze: una delusione. Secondo la mitologia classica, la sirena Partenope, dispiaciuta per l’insensibilità di Ulisse di fronte al suo canto ammaliatore, si tolse la vita gettandosi in mare. Il suo corpo venne poi restituito dall’antico fiume Sebeto, sulla cui foce sarebbe stata fondata la città Neapolis, oggi Napoli.
È proprio il capoluogo campano uno degli elementi fondamentali della cinematografia di Paolo Sorrentino, regista Premio Oscar capace di raccontare lucidamente un’Italia incantevole e malinconica. Nel suo primo lungometraggio, L’uomo in più, così come nel film È stata la mano di Dio, la città partenopea irrompe maestosa sullo schermo come componente essenziale del racconto. Nella filmografia di Sorrentino tuttavia, Napoli non si presenta soltanto come ambientazione. Essa si rivela capace di calcare la scena, anche quando non è direttamente rappresentata. Lo fa attraverso le contraddizioni dei personaggi e la teatralità dei loro dialoghi, capaci di mantenere in sé quell’aura di misterioso fascino che rimanda alle origini, al mito di una città sempre in bilico tra l’occulto e l’evidente.
Sorrentino e Napoli: da “L’uomo in più” a “È stata la mano di Dio”

Ambientato nel capoluogo campano, il film L’uomo in più segue le vicende di Antonio e Tony Pisapia, il primo un calciatore con il sogno di diventare allenatore e il secondo, un cantante di musica leggera. La città di Napoli fa da sfondo alle vicende dei due personaggi che niente hanno in comune se non il nome e un destino tutto in pendenza, in cui il successo si dilegua allo stesso modo in cui arriva, inaspettatamente. Mai ingombrante, la città osserva il declino dei protagonisti. Cinica e tacita, assiste al racconto di una sconfitta e, testimone complice a tratti ostile, incornicia una narrazione malinconica che abbraccia i temi sempre cari alla letteratura universale: solitudine e alienazione.
In un salto temporale di circa vent’anni, giungiamo al film È stata la mano di Dio. Nel lungometraggio del 2022, Napoli si fa personaggio discostandosi dal ruolo di silente testimone dei fatti. Si tratta di una malinconica autobiografia, un ritratto lontano nel tempo, diafano ma mai offuscato in cui la città partenopea non si limita a prestare alle inquadrature scorci suggestivi, ma diventa parte attiva del racconto. Lo spettatore, ne segue la crescita con le sue contraddizioni e le sue coerenze: come un quadro nel quadro, guardiamo alla vita del giovane protagonista, Fabietto Schisa, mentre cerca il suo posto nel mondo sullo sfondo di una Napoli che lo segue nell’ambiziosa aspirazione, sempre ambigua e mai del tutto decifrabile.
Napoli e Sorrentino: un legame indissolubile oltre la rappresentazione
È per questo che, intervistato da Fabio Fazio a Che tempo che fa, Paolo Sorrentino ha parlato di una città densa di misteri, un “laboratorio antropologico” in cui il vero fatica a disvelarsi. Dietro le maschere e la teatralità si nasconde qualcosa di più profondo, nella più popolare dicotomia tra realtà e finzione, vero e falso. Jep Gambardella, protagonista de La Grande Bellezza interpretato da Toni Servillo, allude ad un trucco, una maschera pirandelliana che nasconde male quello che spesso, sarebbe più facile mostrare. Il disincantato scrittore protagonista del film Premio Oscar è la personificazione di quel gioco di verità taciute e bugie spiattellate. Pur non muovendosi nei vicoli di Napoli, egli trascina in sé e nel fascino sempiterno della Urbs, l’ambiguità della città partenopea, declinandone i contenuti contrastanti in un modo amaramente poetico.
Così l’elemento biografico dell’autore si fa spazio nella sua filmografia anche indirettamente: l’elemento dell’origine, compare sullo schermo nei modi più disparati per rendersi essenziale alla narrazione. Napoli c’è anche senza esserci, è l’arché che scandisce le ambizioni e le disillusioni di ogni personaggio. Nella serie The Young Pope, il cardinale Angelo Voiello, interpretato da Silvio Orlando, crede soltanto in Dio e nel Napoli, un accostamento di interessi sui generis che riporta sempre lì, tra i vicoli di una città sempre viva nel ricordo del regista che vede in quello sport una sacralità profana spesso presente nella sua filmografia. Ed è proprio il calcio con il mito di Maradona a colorare le ambizioni di Fabietto Schisa nel film È stata la mano di Dio che pone le basi del racconto di Napoli destinato ad evolversi con l’attesissimo nuovo lungometraggio del regista napoletano, in uscita nelle sale italiane il 24 ottobre.
Premesse e promesse di Parthenope, il nuovo film di Paolo Sorrentino
Il titolo del film, Parthenope, parla da sé. Si tratta di un viaggio nella vita di una giovane donna, interpretata da Celeste Dalla Porta prima, e da Stefania Sandrelli dopo. Un racconto che segue Parthenope dal 1950, anno della sua nascita, fino ai giorni nostri. Giovinezza e tempo sono temi cari al regista, capace di traslare sullo schermo un alone di nostalgia non paralizzante ma apprezzabile nelle sue più affascinanti declinazioni. Sono tematiche già affrontate da Sorrentino, spesso oggetto di profondi soliloqui dei suoi personaggi ma nel film Parthenope, è ancora una volta Napoli a rubare la scena. La città incombe nel racconto della vita della donna per rendersi protagonista, come già suggerisce il diretto riferimento del titolo. E dunque, in questo racconto sul tempo e sul ricordo di una giovinezza lontana, la città partenopea si trasforma per diventare, contemporaneamente, musa e artista.
Ancor più che nel film precedente, Napoli è protagonista. Il racconto segue le vicende di Parthenope, dai primi e travolgenti amori fino alla maturità. La città non è solo sfondo ma è un lucente tetraedro di situazioni che ne hanno forgiato la storia. Essa viene rappresentata in tutti i suoi aspetti: dalla sacralità del miracolo di San Gennaro, alla piaga del colera, fino allo scudetto del Napoli. È l’acme di un climax ascendente: dalla Napoli-cornice de L’uomo in più, alla città co-protagonista di È stata la mano di Dio. Napoli è viva, cresce e matura parallelamente alla protagonista. Ed è così che Parthenope, ancora prima di essere il racconto di una donna, diventa l’universale racconto di una città che, con le sue contraddizioni continua ad esercitare un fascino mitologico su chi la vive così come su chi la osserva, anche solo attraverso lo schermo di un cinema.
Ludovica Povia
Seguici su Google News





