In un musical il concetto di musica diegetica ed extradiegetica assume un significato relativo. La canzone e la colonna sonora non solo sono uno strumento al servizio dell’immagine, ma diventano parte integrante della struttura filmica. E un musical, per funzionare bene, deve porre il momento musicale come parte integrante della narrazione stessa, integrandolo perfettamente evitando uno scollamento tra le due. Ed è esattamente ciò che Il colore viola riesce a fare. La musica è incessante, quasi pressante all’interno del film. I momenti musicali, sopratutto nella prima parte (ma è una caratteristica cara a tanti musical), quasi sovrastano i momenti narrativi. Ma in realtà il bilanciamento è perfetto. Le canzoni originali, oltre che splendide, sono integrate e fondamentali per la riuscita di un racconto ad ampio respiro, che tanto si discosta dalla versione del 1985 di Spielberg ma che, nei momenti in cui la musica si interrompe, mantiene le stesse sbavature dell’originale.
Il colore viola: tre donne

Quella de Il colore viola è una storia nata dalla penna di Alice Walker. Adattata da Spielberg a film negli anni ‘80, lanciando la carriera di Whoopi Goldberg, diventa musical nel 2005. Questa versione del 2023 è l’adattamento cinematografico di quello stesso musical, sotto la regia dell’esordiente (almeno per quanto riguarda la regia di un film di finzione) di Blitz Bazawule. Il colore viole è in sostanza la storia di tre donne afroamericane che, nell’arco di 50 anni, vivono traumi diversi tra loro nella Georgia di inizio novecento. Celie (un’enorme Fantasia Barrino) è una giovane adolescente abusata dal padre. Costretta a sposare Mister, un uomo violento in cerca di moglie, vivrà anni da succube, conditi da violenza e abusi. Sofia (Danielle Brooks alla sua prima meritatissima candidatura agli Oscar), il personaggio migliore di tutto il film, è una giovane donna indipendente che vuole sovvertire le regole del controllo maschile sulle donne. Il suo arco narrativo è il più violento di tutta la pellicola, nonché il migliore e quello meglio interpretato. Shug Avery (Taraji P. Henson), invece, è una femme fatal, cantante Jazz e donna che insegnerà a Celine cosa sia l’indipendenza e l’amore. Le storie di tutte e tre si intrecciano in uno sfondo che racconta di abusi, violenza di genere, razzismo e volontà di indipendenza e autodeterminazione. Lo fa attraverso un comparto tecnico di altissimo livello che pone una linfa nuova ad una visione già grande ed epica come quella di Spielberg. Le musiche e le canzoni di tradizione Black e Blues sono una costante nel film e sono una più grandiosa dell’altra. Inconcepibile come non abbiano ricevuto almeno una nomination per una delle canzoni originali del film.
A tempo di musica
Tecnicamente Bazawule mette in scena un film ad ampio respiro, che risente tanto dell’influenza teatrale nel testo e nella sua messa in scena. I colori sono accesi, i campi larghi e i teatri di posa luminosi e colorati. Anche nella sua scrittura il film è sincopato al massimo. La sceneggiatura si muove a tempo di musica e segue un flusso costante, un basso continuo che non si arresta mai nel suo racconto corale fatto. La divisione in atti avviene attraverso i decenni, ognuno dei quali permette la crescita delle protagonista fisicamente e spiritualmente. Alcune scelte funzionano decisamente più di altre, soprattutto quando la musica si arresta si sente ancora l’eco e l’influenza dei toni solenni del film di Spielberg. E in quei momenti soffre degli stessi problemi. Una ricerca forse leggermente troppo forzata del sentimentalismo, in un’idea di cinema molto americana. Ma nel grande schema delle cose il film funziona alla grande, donando linfa vitale nuova e diversa ad una storia di dimensioni epiche, anche grazie all’interpretazione di tre donne fantastiche. Il colore viola è quindi un musical da non perdere, con una forte impronta personale che rilegge in una chiave più gioiosa un classico del cinema.
Alessandro Libianchi
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