E’ finito l’Umbria Jazz…beh allora siamo arrivati nel pieno dell’estate, almeno noi…quelli che scandiscono i periodi dell’anno grazie anche a realtà come questa, atte nel dare lustro e respiro internazionale ad un’Italia che se non fosse per alcune eccellenze sarebbe già finita nel baratro del provincialismo. La nota positiva è che quest’anno c’è stato un aumento sensibile delle vendite dei biglietti e quindi una maggiore partecipazione durante il corso di tutta la manifestazione, dislocata nell’affascinante borgo medievale di Perugia. Un ulteriore encomio va alla direzione artistica, per l’omaggio al musicista brasiliano João Gilberto recentemente scomparso con proiezioni antecedenti agli stage serali, e per l’impegno profuso, nel rendere possibile una Line Up di risonanza, dimostrando gusto ed equilibrio fra tradizione e tendenze.
Nell’impossibilità di poter seguire il festival per intero, abbiamo selezionato tre serate di cui desideriamo raccontare la nostra percezione. Partiamo con martedì 16 luglio: all’interno dell’arena Santa Giuliana va in scena la notte del flamenco, a dividersi lo stage nelle due performance sono musicisti di primissimo livello: Chick Corea con la sua “Spanish Heart Band” e a seguire Richard Bona con i suoi “Bona de la Frontera”. Chick Corea è stato fra quei musicisti in grado di portare il jazz al grande pubblico, collaborando e fondando gruppi fondamentali per la fruizione e continua crescita del movimento culturale. I Return to Forever a cavallo fra gli anni settanta ed ottanta, si affermano come pionieri di un tipo di fusion estremamente contaminata, offrendo al pianista statunitense il preludio dell’affermazione come band leader nei primi anni novanta con i progetti di successo: Chick Corea Akoustic Band, Chick Corea Elektric Band e Chick Corea Elektric Band II. L’esordio nel 1989 dell’Akoustic Band, “Beneath the Mask” del 1991 della Elektric Band e “Paint the World” del 1993 della Elektric Band II sono dei lavori impossibili da tralasciare per apprezzare la cifra di questo pianista e dei musicisti che hanno orbitato attorno a lui. Basterebbe solo citare la sua partecipazione nell’album spartiacque fra vecchio e nuovo testamento di Miles Davis, in quanto ad avanguardiste applicazioni elettroniche e contaminazioni di ritmi africani, come “Bitches Brew” (1969) per comprendere il motivo di una carriera costellata di grandi riconoscimenti come 22 Grammy Award.
E’ proprio in quegli anni che Corea inizia ad utilizzare nelle sue composizioni il piano elettrico “Fender Rhodes”, caratterizzando il suo suono da cui non può prescindere nemmeno la “Spanish Heart Band”, ultima creatura che rimembra i fasti del 1976 di “My Spanish Heart”, tributo passionale per il flamenco e la musica latina. Corea apre lo spettacolo fra saluti e ringraziamenti verso il pubblico, con un approccio educato, coinvolgente ma allo stesso tempo parsimonioso…atteggiamento figlio di grande personalità e coscienza d’essere un potente trasduttore di contenuti e bellezza artistica. In apertura, la suite dedicata al maestro Igor Stravinsky sfocia nella title track dell’album in promozione (di cui consiglio vivamente l’acquisto) “Antidote”. Durante questo brano dall’intuitiva traduzione, ho avvertito un immediato sollievo dalle mie umane sovrastrutture mentali e paturnie di vita quotidiana, sgretolate anche solo per un tempo circoscritto, al grido di “La musica me cura”.
L’ottetto comprende due musicisti che hanno suonato in tempi diversi con Paco de Lucia, il chitarrista Nino Josele ed il sassofonista Jorge Pardo che mostra d’avere strabordante timing e carisma ogni qual volta viene chiamato in causa con il sax o il flauto traverso. La sezione ritmica ha sempre avuto molto rilievo nella musica di Chick Corea, e Marcus Gilmore alla batteria con Luisito Quintero alle percussioni si intendono a meraviglia, intarsiati nelle notevoli linee di contrabbasso del cubano Carlitos del Puertos. Lo spettacolo della Heart Band coinvolge pienamente tutti i sensi, grazie anche a gli interventi coreografici dell’astro nascente dei danzatori di flamenco Nino de los Reyes, come su “Zyryab”: title track del disco di de Lucia registrato assieme a Corea…che introduce l’esecuzione raccontando del piacere avuto nell’essere stato invitato a Madrid per partecipare all’incisione. Lo show continua ai ritmi serrati di “Armando’s Rumba”, composizione del pianista di Chelsea diventata negli anni uno standard di musica latina rivisitato persino dal socio dominicano Michel Camilo (anche lui presente il giorno prima in questa edizione del festival a dividere la serata con George Benson). Dopo un’ora abbondante arriva l’immancabile bis telefonato con “Spain”, totalmente strappata dal pubblico che ha intonato il celebre tema per svariati minuti. Chick Corea e la sua Spanish Heart Band ci salutano fra gli applausi scroscianti, con questo gesto fiabesco di Jorge Pardo che assume le vesti di pifferaio magico, accompagnando l’uscita in fila indiana del gruppo fra sorrisi e divertimento.

Io ero già sazio e intento nello sbobinare la quantità mastodontica di impulsi ricevuti, ma avevo solo il tempo di una birra prima del (sopr)avvento di Richard Bona su di me. Riapre il sipario e davanti a noi si prospetta tutt’altro scenario…un minimal stage composto da cinque sedie, nuovamente la pedana per il ballo flamenco ed un set ibrido di percussioni. Il padre di Bona era un “griot”, cioè una sorta di cantastorie dell’Africa occidentale, su suo figlio si può solamente confermare lo stupore nell’apprezzare le doti strumentali e canore decisamente fuori dal comune, e che lo hanno portato ai vertici del jazz moderno con una repentina ascesa scaturita in importanti collaborazioni nei gruppi dei due chitarristi più influenti del panorama quali Mike Stern e Pat Metheny. Questo nuovo progetto di flamenco ha preso forma tra Madrid e Barcellona inspirato da un concerto di Paco de Lucia, filo conduttore di tutta la serata. I ritmi africani si fondono con le tradizioni andaluse in un sestetto che fin da subito trasmette la sensazione d’avere enormi margini tecnici ed espressivi, quindi l’immersione è totale.
Paco Vega alle percussioni, Thomas Potiron al violino (scoperto da Got Talent Espana) e la cantante della grande tradizione flamenca Mara Rey Navas accompagnano egregiamente l’altra metà della band che fa faville…Antonio Rey suona con la disinvoltura di chi, il peso di presentarsi come l’erede della leggenda de Lucia, lo sa trasformare in linfa vitale da riversare sulle sei corde. Richard Bona a metà dello spettacolo rimane solo sul palco e si mette a giocare con la sua Loop Station, creando dal nulla un brano sovrainciso con la sola voce, dove si distinguevano nettamente quattro strumenti oltre ai cori e lui che cantava. Il ballerino Daniel Navarro mi ha catapultato nel più folkloristico rione di Siviglia facendomi sanguinare gli occhi, mentre la Navas lo incitava con la voce lui elettrizzava l’aria sfoderando una danza dalle suddivisioni ritmiche serratissime e una precisione sul tempo che avrebbe messo a dura prova anche le mani di un affermato percussionista. Questa nuova “Frontera” sancisce il culmine del percorso multiforme di Bona, iniziato nel 1999 con l’esordio pazzesco di musica africana “Scenes from my Life”, contaminata dal jazz occidentale nel 2001 con “Reverence”, e dal pop nel 2003 con “Munia – The Tale”. Forse proprio quest’ultimo disco citato gli ha fatto guadagnare l’appellativo come “Sting d’Africa”, che nell’indimenticabile notte perugina del flamenco ci regala una versione afro-andalusa di “Fragile” veramente suggestiva, prima della chiusura affidata al solo di Antonio Rey.

La serata di venerdì 19 luglio vede protagonista la nuova generazione di musicisti jazz-fusion, ad aprire sono gli Snarky Puppy in promozione con l’ultimo lavoro “Immigrance”: disco dalle predominanti atmosfere, assai differente dall’acclamato quanto spregiudicato “We Like it Here”. Il loro concept di jam band crea volume e varietà di suoni anche grazie alle attitudini tecniche, ma le dinamiche non sono state proprio come me le aspettavo, la band capitanata dal bassista Michael League per alcuni tratti da l’impressione d’essere una Ferrari che viaggia in seconda marcia, l’attenzione cresce sensibilmente solo quando sale in cattedra il super batterista Larnell Lewis con il percussionista Marcelo Wolosky ed inoltre, da un Ensemble eretto sull’improvvisazione e le lunghe interpretazioni un’ora di concerto è sembrata riduttiva. Gruppo decisamente meritevole che forse, anche per motivi logistici di cui noi non siamo a conoscenza, hanno fornito una prestazione professionale, ma che ha rischiato di cadere nell’anonimato…vittima anche di quello che avrebbe creato da li a poco Kamasi Washington con la sua band.

L’entrata viene preceduta dalla testimonianza autorevole dei sfracelli fatti dal sassofonista californiano nel corso della jam notturna del “’Round Midnight” in via della Viola, assolutamente in linea con l’apertura di venerdì al Santa Giuliana, in cui Washington si abbatte su di noi come un uragano. La grandezza di suono avvertita fin da subito non poteva essere dovuta solo alla presenza di due batteristi, Tony Austin e Ronald Bruner Jr., poiché il suono era veramente tondo…spinto con il piglio di stupire ed emozionare anche a costo d’incalzare in qualche piccola sbavatura. Al contrabbasso Miles Mosley sfodera qualcosa di veramente fuori dal comune, stuprando letteralmente lo strumento mentre cantava in modo sincopato ed alternato alle pirotecniche incursioni di Kamasi nel brano “Abraham”.

Al sax soprano c’è il padre di Kamasi Rickey, al trombone Rayan Porter e alla voce l’ottima cantante Patrice Quinn. Lo show procede a vele spiegate nell’euforia generale fra interventi di fiati, voci e batterie con lo scenografico solo in stile drum-battle. L’ultimo lavoro in studio di Washington “Heaven and Hearth” è considerevole, come lo è stata la versione di “Fists Of Fury” a chiudere uno spettacolo pregno, per lunghi tratti spirituale e che avremmo voluto durasse ancora.
Arriviamo all’atto finale di domenica 21 luglio, per tutta la città c’è aria di festa e trepidante attesa per questo double stage che vede protagonisti due artisti dall’estrazione musicale agli antipodi ma accomunati dall’essere grandi personalità nei loro contesti. Quando vidi per la prima volta Christian Mcbride nel 2007 rimasi sbalordito dalle sue capacità tecniche, ma forse ancora più dalla personalità mostrata in un Ensemble come quello della Five Peace Band, a soli trentacinque anni. La “Christian Mcbride Situation” che ha aperto la serata mi ha confermato l’inarrivabile talento di questo musicista, leader eclettico capace di creare forte interplay e d’essere in qualsiasi contesto adeguato. Il gruppo nato dall’esigenza di coprire una data del festival di Monterey è innovativo, Dj Logic campiona batterie mai scontate a metà strada tra il funk e lo swing, mentre Dj Jahi Sundance Lake scratcha sul beat creando dei veri e propri fill.

La cantante Allyson Williams ed il sassofonista Ron Blake duettano splendidamente, mentre la pianista Patrice Rushen condisce con grandi melodie la mole di groove che si sprigiona. Un concerto impeccabile sotto tutti i punti di vista, che ci ha infuocato con brani come “Sex Machine” di James Brown e spinto verso le transenne, durato troppo poco a discapito di un’apertura per Ms.Lauryn Hill veramente troppo lunga e a tratti fuori luogo per il contesto dell’Umbria Jazz. A ridosso della mezzanotte, abbondantemente oltre l’ora di un Dj-set in pieno stile riviera romagnola, il pubblico spazientito obbliga Dj Reborn alla ritirata e finalmente entra in scena l’ex cantante dei Fugees che passa la prima mezz’ora buona a cantare mentre litiga con il fonico di palco per un problema sui suoi monitor spia che ha minato pesantemente l’esibizione. Palesemente innervosita abbandona addirittura il palco in due occasioni nel giro di poco per andare a disquisire con il tecnico, sbaglia uno stacco con la band e reagisce con uno stridulo di concitazione che mi ha fatto temere il peggio.

Poi le cose sono andate meglio, dimostrando nonostante tutto capacità canore e sceniche nelle esecuzioni di brani emblematici della sua carriera come “To Zion”, “The Miseducation of Lauryn Hill”, “Can’t take my Eyes off you”, “Doo-Wop”, “Ready or Not” e “Killing me Sofly”. Vista l’importante ricorrenza del ventennale di Miseducation, Lauryn poteva sicuramente fare qualcosa di più nel complesso, forse un po’ troppo dozzinale rispetto alla responsabilità nel chiudere la rassegna di quest’anno. Il concerto è finito all’una di notte e nonostante il sipario esitava nel calare completamente invece del bis che tutti aspettavamo, l’egocentrismo dell’artista prende il sopravvento. La cantante scende dal palco e sfila davanti le transenne gremite, nemmeno fosse papa Francesco. L’Umbria Jazz in un comunicato ufficiale ha declinato qualsiasi responsabilità in merito al ritardo della performance. E’ stata una splendida edizione con un finale movimentato e all’insegna dei grandi bassisti. Grazie Umbria Jazz al prossimo anno.





