Fino a pochi anni fa, varcare la soglia di un mercatino dell’usato era un gesto legato alla necessità economica. Non mancavano, anche allora, eccezioni per chi, invece, era appassionato del mondo vintage. Più che una scelta etica, volta a dare una seconda vita a un capo d’abbigliamento, era una scelta destinata al risparmio. Oggi, quegli stessi scaffali sono diventati terreno fertile per professionisti e influencer alla spasmodica ricerca del “capo d’archivio” perfetto. Il second-hand, nato come forma di opposizione al fast-fashion e simbolo di inclusività, ora è diventato il suo contrario: un nuovo modello che alimenta l’esclusività. È ufficialmente iniziata l’era dell’imborghesimento del second-hand, dove il risparmio e la sostenibilità sono diventati un lusso che non tutti possono permettersi.
Dove è nata questa “passione” per il second-hand e perché i prezzi ora sono folli?
Come in ogni trend che si rispetti, c’è sempre un punto cruciale che ne segna l’inizio. In questo caso non bisogna ricercare il primo utente su cui puntare il dito, piuttosto bisogna identificarne il periodo. Come molti ricorderanno, i social per lungo tempo sono stati invasi da video in cui veniva mostrato l’ordine da questo o da quel sito di fast-fashion. Non parliamo, però, di qualche capo particolare, ma di intere scatole piene di prodotti. L’aumento così elevato di ordini da 400 euro su SHEIN ha iniziato a far storcere il naso. Alcuni lamentavano la scarsa qualità dei capi mostrati, altri dell’inutile “spreco di denaro”. C’è chi ha risposto alle accuse sottolineando che con i propri soldi può farci ciò che vuole e chi, invece, ha iniziato a rivalutare le proprie scelte. Una decisione che, a onore del vero, dovrebbe essere solo positiva. Ma, come spesso accade, la realtà ha preso una piega diversa.
Sempre più rapidamente gli influencer hanno iniziato a promuovere l’usato come una nuova frontiera dello stile consapevole. Tuttavia, sorge un paradosso: persone con ampie disponibilità economiche, che potrebbero acquistare capi di lusso o da brand etici, hanno iniziato a saccheggiare i mercatini. Quella che per molti è una necessità per vestirsi dignitosamente, adesso è diventata per l’influencer una sfida o un vanto di “originalità”. L’alta affluenza ha impoverito il mercato del second-hand, causando la scomparsa di capi di qualità a prezzi accessibili. Gli influencer, però, non sono gli unici ad aver alimentato il collasso del mercato. In questa dinamica giocano un ruolo importante anche i reseller.
Chi sono i reseller e perché hanno alimentato il collasso del second-hand?
I reseller, nel mondo dell’usato, sono la figura più problematica. Questi nuovi “imprenditori digitali” non setacciano mercatini o negozi per vestirsi, bensì per fare profitto. È sempre più comune incappare in capi d’abbigliamento anonimi venduti online, spacciati poi per “rari” o “vintage”. L’abitudine di comprare a pochi euro vestiti, per poi rivenderli a prezzi folli, sta diventando la norma. Gli scaffali sono svuotati, i pezzi iniziano a mancare e i proprietari dei mercatini sono spinti ad alzare i prezzi per tutti. L’usato, così, non è più destinato a chi ha poco budget o a chi ha un interesse etico. È diventato un mercato dove vince chi ha il tempo e il denaro per speculare. Così come i mercatini, anche i siti o le app destinate a dare una nuova vita a qualcosa che non usiamo più, sono diventati il luogo principale in cui vengono attuate queste pratiche.
Le app come Vinted o Depop, pur essendo nate con nobili intenti di economia circolare, hanno involontariamente fornito il luogo ideale per i reseller. La facilità con cui è possibile caricare una foto e raggiungere migliaia di acquirenti, ha trasformato il “fare spazio nell’armadio” in una vera e propria competizione commerciale. Gli algoritmi premiano chi pubblica costantemente, invogliando gli utenti a trasformarsi in negozianti che ambiscono a vendere il più possibile. Essere cittadini consapevoli non è più il fine ultimo, ma il mezzo attraverso il quale vendere second-hand come se fossero nuovi di fabbrica. Se l’economia circolare si trasforma in una gara per ottenere il maggior profitto, vi è il rischio di perdere l’ultima alternativa per vestirsi in modo sostenibile e accessibile. È arrivato il momento di chiederci a chi appartiene davvero l’usato.
Stefania Cirillo





