Sam Esmail abbiamo imparato a conoscerlo molto bene. Prima con Comet, commedia romantica passata praticamente inosservata e poi con Mr. Robot, la sua creatura. La storia del suo alter ego e uno dei gioielli televisivi più importanti degli ultimi anni. La sua idea di settima arte è altamente politicizzata. In Mr. Robot è l’elemento fondativo della sua narrativa. E in questo nuovo lungometraggio, ne abbiamo l’ennesima conferma. Arrivato a distanza di quasi dieci anni dal precedente Mockingbird, Il mondo dietro di te è, ancora una volta, un prodotto altamente politico da parte del regista di origine egiziana. Un film con sbavature qui e lì nella sua scrittura, che in certi momenti rischia di stagnare. Ma è cinema che parla forte e chiaro. Non è fine a sé stesso ma ha uno scopo ben definito. È cinema che non si guarda intorno, non ha paura di parlare di noi e, anche se in certi momenti lo fa con poca profondità e poco acceleratore, il messaggio colpisce tutti, senza esclusioni.

Il mondo dietro di te – tutti noi

il mondo dietro di te: Julia Roberts ed Ethan Hawke in una scena del film

Adattamento dell’omonimo romanzo di Rumaan Alam, Il mondo dietro di te racconta della famiglia di Amanda (Julia Roberts, spigolosa nei volti come il carattere del suo personaggio), pubblicitaria che odia l’umanità e Clay (un fantastico Ethan Hawke), marito naif e un po’ vittima degli eventi. Per scappare dalla vita di città, decidono di andare in vacanza a Long Island con i figli Rose ed Archie. Mentre sono in spiaggia, una petroliera si schianta sulla sabbia proprio davanti a loro. Tornati a casa, si rendono conto che né internet né la televisione funzionano. Quella stessa sera, ricevono la visita di G.H Scott (un gigantesco Mahershala Ali), quello che sostiene essere il proprietario di casa, venuto lì in cerca di un posto per dormire insieme alla figlia dato che la città è in preda ad un blackout generale. Da lì in poi, i personaggi si renderanno conto che sta accadendo qualcosa, forse un attacco terroristico, forse un attacco informatico. Sam Esmail gira un thriller apocalittico incredibilmente intenso. L’apocalisse non è zombie alla The Last of Us o divina alla Bussano alla Porta. Ma forse è quella che fa più paura proprio perché la più reale. Non c’è un nemico vero e visibile, non c’è un’offesa o un attacco diretto. C’è solo un collasso della società come la conosciamo, ed è lì che il film attacca più duramente. Come dice lo stesso Clay, senza internet, senza i media e senza l’informazione siamo niente ed il collasso è inevitabile. Proprio in questa espressione il film funziona di più. Di certo il compito di adattare un romanzo come questo non è semplice, e in linea generale Sam Esmail ci riesce. Certo è che, rimangono evidenti alcuni scogli forse insuperabili. Si respira ancora un’aria da testo letterario, che in certi momenti a forza si adatta all’aspetto cinematografico. E sono proprio i momenti di caduta maggiore, quelli che sembrano a compartimenti stagni.

Anarchia e talento

Sam Esmail è anarchico da un duplice punto di vista. In come scrive, perché le sue sceneggiature non sono mai lineari. Lo abbiamo visto in Mr. Robot e lo vediamo qui. Ed è anarchico proprio come lo è il cinema post-moderno, disancorandosi dai classici sistemi di spazio e tempo. E lo è nella sua idea di regia. Lo sguardo è sempre privilegiato, non segue quasi mai le logiche scolastiche, invadendo spazi non accessibili e infiltrandosi in spazi non concessi all’occhio umano. Se lo sguardo è rivalutato e la tecnica registica si fa audace, allora anche il formato cambia, da l’orizzonte fisso Sam Esmail gioca con la verticalità, aiutato probabilmente dalla piattaforma su cui il suo film è arrivato tanto legata alla visione mobile. Gli spazi vuoti dietro i personaggi (ricorrenti in Mr. Robot) si riempiono solo nei momenti di consapevolezza. Gestisce la profondità di campo nonostante la consapevolezza che non vedremo mai il film in sala, anche attraverso la magnifica fotografia asciutta di Tod Campbell. Sam Esmail dimostra ancora di saper non solo girare, ma di saper dialogare con la macchina da presa. Ed è qui che il cinema si fa più intenso, nella regia ossessiva al servizio di un’idea forte, in mano ad un talento naturale della nuova generazione.

Alessandro Libianchi

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