Cinema

Il potere delle parole di “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”

Uscito nelle sale a novembre 2017, ha dominato i Golden Globes 2018 diventando rapidissimamente il film favorito per gli Oscar di quell’anno. Si tratta di “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, scritto, coprodotto e diretto da Martin McDonagh. Questa figura, tre volte padre di questa pellicola, arriva a questo successo con poca esperienza nel mondo del cinema: solo due film ed un cortometraggio da Oscar.

Quello che però di certo non manca a Martin McDonagh è la familiarità con il potere delle parole. La parabola artistica del regista nasce infatti dalla drammaturgia. Noto commediografo britannico che pubblica sin dagli anni ’90, McDonagh porta il suo bagaglio nel cinema e lascia che siano le parole a far risuonare la storia e la natura intima dei personaggi, forse più che le immagini.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

A differenza di ciò che accade in un copione teatrale, al cinema le parole non sono solo dialogo e McDonagh è eccezionale a farsi forte delle potenzialità specifiche del medium scelto per raccontare il dramma di questa madre, Mildred, resa dall’interpretazione da premio Oscar di Frances McDormand.

Il film inizia senza parole: solo le note di una colonna sonora che aiuta a calarci nell’estremo Sud degli States. McDonagh porta però subito l’attenzione del pubblico su questi tre cartelli abbandonati, rovinati dal tempo e dall’incuria.
Entro i primi 10 minuti, sui cartelloni appaiono tre manifesti rossi con sopra delle scritte nere.

Uno: “Stuprata mentre moriva“.
Due: “E ancora nessun arresto“.
Tre: “Come mai, sceriffo Willoughby?“.

Con la sola affissione di tre frasi brevi e taglienti McDonagh fa emergere il dramma. Ci mette al corrente delle premesse della storia, dei motivi dell’insanabile rabbia di Mildred, dei presupposti di quell’escalation che permette ai temi centrali del film di emergere attraverso le dinamiche della piccola cittadina di Ebbing.

I personaggi costruiti con il loro linguaggio

Maestro della costruzione dei personaggi, lo sceneggiatore punta molto a descrivere le persone attraverso uno dei loro tratti distintivi: il loro linguaggio. In questa pellicola oltre alla pervasiva presenza del dialetto del Missouri c’è la cura di riconoscere ai singoli individui il proprio idioma, la propria complessità che passa anche per le scelte linguistiche, per il pensiero che si fa parola.

Lo vediamo nel modo di parlare diretto, violento e sboccato di Mildred. Senza sfociare mai in una scrittura gratuitamente volgare, McDonagh lascia alle sue creature la libertà di esprimersi nella propria stessa lingua. Questo permette a noi spettatori e spettatrici di percepire una verità di fondo dietro la struttura perfettamente programmata di una sceneggiatura studiata nei minimi dettagli.

Questa sceneggiatura osannata dalla critica se ha un difetto è quello di essere gestita alla perfezione per permettere alla storia di andare nella direzione voluta. In questa costruzione, il realismo, che è uno dei punti forti della pellicola, si impone non solo grazie alla crudezza della trama, ma anche con la scelta delle parole che McDonagh lascia fluire dalla bocca dei propri personaggi, senza imbavagliarli. Parole pesanti come pietre, che hanno il sapore amaro e ferroso della vita vera.

Debora Troiani

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Debora Troiani

Laureata in Lingue, Letterature, Culture e Traduzioni alla Sapienza, studio ora Editoria e Scrittura, con un curriculum orientato al giornalismo. Sono una grande appassionata di lingue e letterature straniere (soprattutto russa e tedesca), di teatro, cinema e in generale di forme d'arte impegnata che affronta temi sociali.

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