Harvey Weinstein, ex produttore di Hollywood condannato a 23 anni di carcere per molestie sessuali, ha chiesto ricorso contro la sentenza del giudice James Burke.
I legali dell’uomo hanno infatti depositato un appello lungo ben 166 pagine in cui dichiarano che il processo che ha visto colpevole l’imputato si sia svolto in un clima di ingiustizia.
Quattro delle vittime interrogate, addirittura, non sarebbero neanche tali, ma le loro testimonianze sono servite alla corte solo per far passare Weinstein come un essere abominevole.
Harvey Weinstein: la farsa di un “martire”
In barba a tutte le testimonianze raccolte contro Harvey Weinstein (di cui si è fatto portavoce Ronan Farrow con un’inchiesta che gli è valsa il Pulitzer e raccontata nel libro “Predatori”), dunque, gli avvocati dell’ex boss della Miramax puntano a cambiare le carte in tavola e a mostrare l’uomo come la vera vittima della questione. D’altronde lo avevano già fatto lavorando sulla sua immagine pubblica, mostrando quell’uomo una volta florido entrare in tribunale emaciato e sostenuto da un deambulatore, al fine di influenzare l’opinione comune.
Gli avvocati del team di Weinstein criticano inoltre il giudice per non aver permesso ai testimoni della difesa di intervenire in aula; probabilmente dimenticano che l’uomo è stato condannato “solo” in relazione a due accuse e assolto da altrettante ben più gravi nei confronti della produttrice Annabella Sciorra.

Ecco dunque che il carnefice diventa a tutti gli effetti vittima. Tralasciamo dunque le volte in cui ai miliardari sono stati concessi privilegi solo per il loro status; o le volte in cui hanno potuto macchiarsi di reati senza conseguenze immediate (come nel caso di Jeffrey Epstein). Ma soprattutto, si sta tentando di mettere da parte il problema più grande: le testimonianze di chi ha subito, di chi vivrà per sempre il trauma di mani (e non solo) indesiderate sul proprio corpo, di chi con l’inganno e con l’estorsione è stato violato non solo fisicamente ma nella parte più intima e recondita di sé.
Cultura dello stupro e meccanismi di identificazione: un problema antico
Facile, a posteriori e per terze persone, dire che una vittima “se l’è cercata”, “voleva fare carriera velocemente”, “poteva dire di no”. Il problema è più serio del previsto: quando si parla di violenze, non vengono mai messe in conto le componenti psicologiche della vittima, ma solo quelle fisiche. Sì, perché per molti il consenso sessuale è riconducibile soltanto all’apertura delle gambe: come se fossero le porte automatiche di un supermercato.
Questa associazione pericolosa non fa che aumentare la cultura patriarcale dello stupro, in cui le donne sono incessantemente viste come un oggetto, un giocattolo meccanico nelle mani degli uomini. Ma perché, invece, non si sceglie di credere alle vittime, ma ci si schiera dalla parte dell’accusato, specie se è ricco e potente?
Purtroppo in questo caso entrano in gioco i meccanismi di identificazione: nessuno vorrebbe mai trovarsi nei panni di chi soffre. Meglio, invece, tentare di immedesimarsi in chi detiene il potere. Un potere che, con uno schiocco di dita, può cambiare anche la vita degli altri. E, soprattutto, le posizioni di privilegio consentono di percorrere scorciatoie.
Un processo di portata storica

Il processo a Weinstein ha cambiato tutto: l’industria spietata di Hollywood è stata messa con le spalle al muro, e le voci delle vittime hanno cominciato a risuonare forti nell’aria. Via il bavaglio, aprite le orecchie: qualcuno deve parlare. Ne ha la necessità, il bisogno vitale per non cadere nell’oblio.
A scrivere la storia devono essere le vittime, e non i carnefici. Le testimonianze servono proprio a questo: a non lasciare che le proprie sofferenze vengano dimenticate o, peggio, siano state vane.
Scegliamo di schierarci nei confronti di chi, esponendosi, resta solo. Ascoltiamo le sue parole e, se non è in grado di parlare, diamogli la nostra voce e denunciamo, denunciamo sempre. La storia sta cambiando: cambiamo anche noi. Siamo artefici del cambiamento.
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Crediti fotografici: thecut.com, cinema.everyeye.com, cfr.org
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