Cinema

“Il sacrificio del cervo sacro”: la distopia di Lanthimos questa sera su Rai Movie

Il primo minuto di introduzione a “Il sacrificio del cervo sacro” è la dichiarazione d’intenti dell’ ennesimo incubo firmato Lathimos: un cuore pulsante in sala operatoria, l’inquadratura che si allontana con metafisica lentezza, lo “Stabat Mater in Fa minore” di Schubert a divorare l’inquadratura.

Steven (Colin Farrell) è un cardiologo di successo che condivide con la moglie Anna (Nicole Kidman) i due figli Kim e Bob e una realizzazione professionale ed umana. Ha anche un peculiare rapporto con Martin (Barry Keoghan), giovane orfano di padre verso cui Steven prova responsabilità ed empatia.

“Il sacrificio del cervo sacro”: Ifigenia e l’ineludibilità del volere divino

E mentre la natura del rapporto tra i due viene progressivamente a galla, una misteriosa malattia paralizza le gambe di Bob. Poi quelle di Kim. E promette di non fermarsi. Steven ne conosce le ragioni, e deve prendere una decisione. Nel mito greco Ifigenia è la figlia primogenita di Agamennone, figlio di Atreo, fratello di Menelao, re di Micene (o di Argo) e capo supremo della spedizione degli Achei alla volta di Troia. E’ nel poema “Le Ciprie”, facente parte del ciclo troiano, che per la prima volta viene raccontato il suo barbaro destino. Per riconquistare il favore degli dei offesi da Agamennone e calmare i venti contrari che impediscono alla flotta achea di avvicinare Troia, il re accetta di sacrificare a loro la primogenita ad Artemide, dea della caccia. Il sacrificio estremo a conferma del definitivo potere della divinità sull’uomo e dell’ereditarietà della colpa. Così ci racconta Eschilo.

Un archetipo trasversale del mito: il sacrificio di Isacco da parte di Abramo al dio di Israele sottende allo stesso principio. Ma al contrario del dio cristiano che opera per vie misteriose, le divinità del pantheon greco classico sono permalose, vendicative, volubili.  Nella successiva rivisitazione del mito da parte di Euripide, all’ultima istante la dea Artemide risparmia Ifigenia e la sostituisce con una cerva, proprio animale sacro. Gli Achei possono salpare alla volta di Troia e Ifigenia diventare una sacerdotessa della stessa Artemide.

“Il sacrificio del cervo sacro”: il senso di Yorgos per l’orrore

Che il cinema di Yorgos Lanthimos ci racconti di un’umanità disperata per la sostanziale mancanza di un senso, capace solo di approcciare all’esistenza tramite estreme, crudeli mediazioni non è certo una novità. Con forme è sostanze diverse è quello che ha già fatto con eccezionali risultati in “The Lobster” e “Dogtooth”. Il sistematico, precisissimo ricorso ad una geometria registica qui fa il paio con la necessità narrativa di dare un’impressione di ordine e quadratura: Lanthimos gioca ma non scherza con gli esempi dei modelli supremi (Kubrick su tutti) sempre contestualizzando il tutto nella sua particolarissima, apocalittica poetica.

Lo spesso e funebre senso di ineludibile calamità è fatto scendere sulla famiglia Murphy con un peculiare gusto registico che mescola con ardita sapienza la soggettività dello spettatore – nulla è lasciato al caso nelle bizzarre, bibliche rappresentazioni della malattia – e l’oggettività del deus ex macchina – il plongéè, certi movimenti di macchina a seguire – . Da qui sviluppa un thriller psicologico spurio, ipnotico e ossessivo che costruisce sin da subito la sua drammatizzazione su un’immanente tensione che poco ha a che vedere con i protagonisti: loro ne sono causa e la loro sorte ne sarà effetto, ma la minaccia affonda le sue radici nelle millenarie ragioni della mitopoiesi, delle risposte primarie dell’uomo agli accadimenti del mondo fisico.

L’innocenza non dimostra nulla

La vita meccanica e perfettamente oliata di Steven è costruita e alimentata tanto dalla necessità di (auto)controllo che da l’illusione che ordine, obbedienza e buona creanza siano gli strumenti più efficaci a disinnescare l’entropia della realtà. Una famiglia modello e una professione perfettamente avviata. Un approccio atonale, sistemico e puramente razionale che condivide con la moglie e che trasmette ai figli. Una vita che non è altro che una corretta successione di freddi automatismi. Anche anche gli stimoli sessuali sono una riproposizione asettica del rapporto medico-paziente, e delle implicite dinamiche di potere e sottomissione. Dove il menarca di Kim è argomento neutro di rigide small talks e l’innaffiatura dei fiori di casa una minuscola quanto essenziale parte di un disegno totalizzante che necessita che ogni pezzo sia al proprio posto.

Anestesia della natura umana portata al parossismo di cui Steven è l’indiscusso celebrante e portatore. E il cui peccato originale dà il via a quel corso di eventi con cui quel mondo così tanto augurato e costruito con attenzione crolla miseramente. Steven ha un passato di alcolista che lo porta a tradire una volta sola, benché estremamente tragica, il suo voto di razionalità, di controllo e di ordine. Operando da ubriaco, ha causato la morte di un paziente, il padre di Martin. L’arroganza dell’uomo moderno, convinto di aver trovato una quadra esistenziale reale  e di essere libero di poter fare ciò che vuole. Anche uccidere un uomo e cavarsela prendendosi superficialmente cura del figlio. Peccato mortale di illusione di controllo.

Stabat Mater

Ma Lanthimos non ci porta dalle parti dei delitti e castighi dostojevskiani. Ci trascina molto più indietro, dove qualunque senso di colpa non è poi così importante, se paragonato alla colpa in se. Quando la sfida è la più assurda tra le immaginabili, quella agli dei,  il prezzo da pagare non è contrattabile. E non è sufficiente baciare i piedi sottomettendosi al potere superiore, come prova invano Anna nell’estremo tentativo di salvare la vita ai figli. Al contrario dell’arrogante Steven, Anna si avvicina ma non abbastanza al senso apocalittico della loro condizione. Anche Kim e Bob, a modo loro, capiscono che l’unica soluzione è l’accettazione dell’abisso. Ma nessuno di loro, così a proprio agio nel dorato esoscheletro del presente, ha gli strumenti a-culturali per farci i conti.

E’ il caos primigenio che erutta nell’illusione del mondo controllato e ordinato di Steven in una pura forma metafisica che non è politica, né religiosa. Semplicemente è. Nella sua superba ottusità, a Steven non resterà che affidare al Fato la soluzione.

Andrea Avvenengo

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