Dopo giorni di proteste di piazza contro il governo si è dimesso il primo ministro Sharma Oli, ma le manifestazioni non si si sono fermate e il Nepal è ostaggio di un sanguinoso caos. Il bilancio della rivolta parla di almeno 22 morti. Centinaia i feriti, già oltre 400. Due giovani manifestanti sono stati uccisi oggi dagli spari della polizia nella capitale Katmandu. Secondo i media locali, di contro, i rivoltosi avrebbero picchiato a morte tre agenti di polizia che si erano arresi. La protesta è esplosa dopo le accuse di corruzione che hanno investito l’esecutivo e a seguito della messa al bando di diversi social network in Nepal. Una decisione che ha scatenato la violenta reazione dalla ‘GenZ’, per nulla placata dalla feroce repressione delle forze di sicurezza nepalesi. Chiuso l’aeroporto di Katmandu, stabilito il coprifuoco.

Il governo ha giustificato il blocco definendolo una questione di sovranità e sicurezza, accusando le piattaforme non registrate di diffondere identità false, discorsi d’odio, disinformazione, frodi e crimini informatici. Il primo ministro Oli ha affermato che l’indipendenza della nazione è più importante della perdita di posti di lavoro per pochi individui, sostenendo che le compagnie non hanno rispettato un ordine della corte. Parallelamente, il governo ha presentato in Parlamento un disegno di legge che imporrebbe alle piattaforme di stabilire nuove regole in Nepal, pagare tasse e rimuovere contenuti ritenuti dannosi per l’interesse nazionale o l’armonia sociale, stando ai media locali. La norma è vista come un tentativo di aumentare la censura e reprimere gli oppositori del governo. Il blocco, entrato in vigore a mezzanotte di giovedì, ha innescato una protesta rapidamente degenerata in violenza. Un’incredibile folla di studenti si è riversata in strada a Kathmandu – e in altre città come Pokhara, Biratnagar, Dharan e Damak – sventolando bandiere nazionali e intonando slogan quali “Fermate il divieto sui social media” e “Fermate la corruzione, non i social media”, stando a quanto riportato dalla CNN. Le manifestazioni hanno coinvolto migliaia di giovani che hanno cercato di oltrepassare le barricate di filo spinato davanti al Parlamento, costringendo la polizia antisommossa a ritirarsi all’interno dell’edificio.

Sono stati appiccati incendi vicino ai cancelli e alcuni manifestanti hanno invaso aree vietate di New Baneshwar, il quartiere che ospita il Parlamento federale. Le forze dell’ordine hanno risposto con gas lacrimogeni, manganelli, cannoni ad acqua e proiettili di gomma. Stando alle testimonianze di coloro che sono scesi in piazza, la protesta era iniziata in maniera pacifica, ma poi brutalmente repressa dalle forze dell’ordine che – stando alle testimonianze rilasciate ai giornali locali – hanno sparato contro la folla, colpendo anche persone alla testa e alle mani con colpi indiscriminati.

Sharma Oli ha fatto un passo indietro stamattina, rassegnando le dimissioni. Le ha messo nero su bianco in una dichiarazione firmata di suo pugno in cui il premier afferma di essersi dimesso per aprire la strada alla soluzione costituzionale dell’attuale crisi. Ma soprattutto, nel tentativo di far scemare la protesta repressa dalle forze dell’ordine e in cui si contano decine di morti. Il presidente nepalese Ram Chandra Paudel ha accettato le dimissioni di Sharma Oli e ha avviato la procedura per la selezione di una nuova persona per l’incarico. Ma non è bastato a placare i manifestanti che hanno fatto irruzione nella residenza di Paudel, costringendo l’esercito a evacuare in elicottero il presidente. Secondo i media locali, la folla composta da centinaia di rivoltosi ha incendiato l’ufficio presidenziale e dato fuoco al Parlamento nel complesso governativo di Singha Durbar.

Ma il divieto sui social media è stato solo il detonatore di una rabbia più profonda. Nei giorni precedenti al blocco, i social media nepalesi erano già stati invasi da post virali con hashtag come #NepoKids e #NepoBabies, che denunciavano lo stile di vita lussuoso dei figli di politici – auto di lusso, vestiti firmati, viaggi all’estero – a confronto con le difficoltà quotidiane della popolazione, alle prese con inflazione, disoccupazione e servizi pubblici carenti. In Nepal, infatti, il termine “Nepo Kids” identifica i figli di politici e figure influenti che vivono nel lusso, spesso grazie a pratiche di nepotismo e corruzione, le principali accuse mosse dai giovani nepalesi al primo ministro Oli.

Incendiano la casa dell’ex premier del Nepal, la moglie ustionata a morte

Rajyalaxmi Chitrakar, moglie dell’ex premier del Nepal Jhalanath Khanal è morta per le ustioni riportate nell’assalto incendiario di oggi alla sua abitazione, nel quartiere Dallu di Katmandu. Lo si apprende dal sito nepalese Khabarhub. La donna si trovava nella casa che è stata assaltata e data alle fiamme nella mattinata dai manifestanti; trasportata in ospedale in condizioni critiche, si è spenta dopo poche ore. Il marito, esponente del Communist Party of Nepal (Unified Marxist Leninist), si dimise dall’incarico nel 2011, ma è considerato dai protagonisti della protesta delle ultime ore un esponente della vecchia guardia tuttora al potere nel Paese che deve farsi da parte.