Dopo giorni di scontri, il governo del Perù ha annunciato che dichiarerà lo stato di emergenza nella capitale Lima, dove migliaia di persone sono scese in piazza contro la criminalità dilagante e contro il nuovo presidente José Jerí, accusato di essere già parte del problema.
La decisione, confermata dal primo ministro Ernesto Álvarez, prevede misure drastiche: si parla di coprifuoco in tutti i 43 distretti della capitale e di restrizioni ai movimenti, perfino per i motociclisti, nel tentativo di contenere la violenza e i blocchi stradali. Ma sul terreno, la tensione resta altissima.
Un Paese in rivolta permanente
La crisi politica non è nuova. Solo una settimana fa il parlamento aveva rimosso la presidente Dina Boluarte, travolta dalle accuse di inefficienza e dal crollo dei consensi, dopo mesi segnati da un aumento record dei crimini e da scandali interni. Al suo posto è subentrato Jerí, fino ad allora presidente del congresso, che oggi guida un governo di transizione ma già contestato da gran parte della popolazione.
Mercoledì, durante le manifestazioni a Lima, un manifestante è stato ucciso e oltre cento persone sono rimaste ferite, tra civili e agenti. Le immagini (barricate, cariche e gas lacrimogeni) hanno riportato alla memoria le proteste del 2022, quando la repressione della polizia aveva causato decine di morti nel sud del Paese.
Perù e stato di emergenza: una crisi che non è solo politica
Dietro la retorica sulla “sicurezza”, il Perù continua a essere attraversato da una crisi sociale e istituzionale profonda, dove la sfiducia nelle istituzioni e la corruzione endemica alimentano un ciclo di instabilità quasi permanente. Dal 2018 il Paese ha cambiato sei presidenti in sette anni, e nessuno è riuscito a consolidare il potere o a frenare l’ascesa del crimine organizzato, che in molte regioni ha sostituito lo Stato come unico potere reale.





