Io ti porterei è il nuovo libro di Nicola Mariuccini edito Castelvecchi Editore, un viaggio fra i ricordi di un’improbabile storia familiare; un passato che si ripresenta, una donna forte e libera e lo sfondo di un‘Italia segnata dalla Seconda Guerra Mondiale.

Io ti porterei, Nicola Mariuccini: storia di una vicenda familiare

Un padre, un figlio e un carro funebre: racconti, rimandi al passato, antiche storie familiari che coincidono con il nome di Liboria, nota come Nilde. Il padre alla guida del carro funebre e il figlio – che è la voce narrante – seduto accanto stanno riaccompagnando le spoglie di nonna Nilde, deceduta da decenni, a Conca Valbruna. Durante l’inusuale viaggio si uniscono le zie Anna e Marcella insieme alla cognata Bruna, mentre nel tragitto il padre al volante parla con la madre scomparsa ad appena 35 anni.

Il viaggio, in questo senso, si veste di metafora e diventa opportunità; le ceneri di Nilde stanno per essere riportate accanto al loculo del nonno, in quel paese di provincia da dove era scappata. Una donna forte e indipendente che, negli anni Quaranta, decide di sfidare le imposizioni della società, i giudizi, le trappole sociali che spesso ingabbiavano le donne che inseguivano la libertà.

Un viaggio che diventa più un pellegrinaggio, in un certo senso, perché si traveste di solennità; non è solo un macinare chilometri per giungere prima alla meta, ma un’indagare intimo nei legami familiari di una donna rivoluzionaria. Nilde era una donna in fuga da tutto quello che la opprimeva ma, soprattutto, dal giudizio di un paese che le stava troppo piccolo per una personalità lungimirante e temeraria come la sua. Nel corso del viaggio il padre condividerà ricordi e memorie della madre con il figlio; quella nonna il cui nome è sempre stato pronunciato sommessamente adesso ha una storia vivida. In in un dialogo che non è un semplice racconto di famiglia, Nicola Mariuccini induce il lettore a una riflessione: le figure appartenenti al passato familiare contribuiscono alla chiarezza del presente.

La donna dell’eterna fuga

Rimembrare dettagli di vita di Liboria/Nilde significa anche calarsi nella vicenda di una donna che non solo agognava la libertà ma la concretizzava in uno contesto storico in cui il divorzio non era accettato, specialmente in una bigotta e piccola provincia fascista. La donna dell’eterna fuga: sembra emergere questo dal romanzo Io ti porterei di Nicola Mariuccini. Una fuga, però, che non ha nulla a che vedere con il timore, bensì con l’impavidità.

Nilde fugge via dalla sua famiglia d’origine quando scopre di non essere la figlia naturale di quella che ha sempre pensato fosse sua madre; il ricco padre ha concepito Nilde con un’altra donna pur essendo già sposato e, per tal motivo, la bambina sarà sottratta alla madre biologica. Sposa Mario, un uomo grossolano, da cui avrà tre figli: l’unione si sfalderà quasi subito anche per via del vizio dell’alcool del marito ma, soprattutto, per la diversità tangibile fra la coppia.

Mario è un uomo rude, a volte maldestro, mentre Nilde ha conservato quella finezza elegante che la contraddistingueva. La vita con il marito non ha gli stessi agi della casa paterna, seppur con il suo lavoro in bottega non facesse mancare il necessario. Forse per sfuggire, metaforicamente, da una vita che non sente sua accetta il corteggiamento di un musicista; una sbandata improvvisa che Nilde non cela al perbenismo imperante ma che anzi vive con fierezza.

Io ti porterei, Nicola Mariuccini: libertà e scampanate

La sbandata di Nilde rientra e in famiglia torna il sereno. Tuttavia la comunità, il piccolo paese intriso di pregiudizio, non ha dimenticato la ”colpa” di cui si è macchiata. Una donna sfrontata, autonoma, proveniente da una classe sociale diversa in una piccola provincia fascista in cui non si è mai davvero integrata: Nilde diventa oggetto di scherno e pregiudizio. La gente mormora perché forse ha tradito il marito, forse vuole lasciarlo e andar via, forse quella donna così diversa vuole accaparrarsi la sua indipendenza; pensieri oscuri e impronunciabili ad alta voce in un piccolo paese di provincia degli anni Quaranta.

La gente si avvicina a Nilde con padelle, mestoli e utensili in metallo: li percuotono, la insultano, fanno rumore, ridono, intonano tremende filastrocche. Puniscono quella donna così fiera di essere sé stessa attraverso le scampanate: un monito per la comunità, un’indicazione per chi non ha saputo stare al suo posto. Nota anche come scampanacciata, quest’ultima era una tradizione popolare esistente in alcune regioni italiane dove attraverso strumenti rudimentali e improvvisati si faceva un gran baccano con l’intenzione di schernire vecchi o vedovi che si sposavano. Il frastuono del pregiudizio non mette a tacere il desiderio di libertà di Nilde che, alla fine, andrà via da quel posto risalendo l’Italia e trasferendosi al Nord. Un’altra fuga, ma solo fisica come le precedenti in quanto la protagonista del racconto del romanzo Io ti porterei non fugge mai da sé stessa.

Il passato che ritorna

Nilde trova lavoro in risaia e, nonostante la fatica, accudisce i figli e trova tempo per coltivare quello che è sempre stata: una donna rivoluzionaria, intelligente e caparbia. Povertà, tempo, scampanate: nulla ha piegato Nilde, solo la malattia che sopraggiungerà in giovane età. La giovane donna si ammala e muore in poco tempo, in estrema povertà; dopo una vita passata a pronunciare sommessamente il nome di questa nonna aleggiante, l’autore ne racconta la storia con estrema maestria e delicatezza restituendole dignità. Il viaggio in carro funebre dal nord Italia fino al luogo d’origine diventa uno spazio meditativo di ascolto e memorie in cui malinconia, situazioni grottesche e divertenti si mescolano strappando un sorriso al lettore.

Attraverso un’interlocuzione argomentata, in cui tutti i tasselli ora combaciano, il viaggio diviene occasione di riflessione: coloro che hanno preceduto i discendenti continuano, con le loro storie di vita, a influenzare i propri familiari. Le conversazioni diventano quindi un momento intimo che porta alla riconnessione con le proprie radici, ma anche a una presa di coscienza: Nilde ha sofferto, è stata umiliata solo perché ha osato voler essere sé stessa.

Il dolore antico di un figlio ora scompare lasciando il posto alla verità e alla contezza delle scelte fatte dalla madre; la figura misteriosa di Nilde diventa nitida attraverso la verità. Costretta a imposizioni sociali, intrappolata in un matrimonio che l’ha resa infelice in un’epoca storica in cui le donne non avevano voce. Una donna punita fino alla fine: nessun funerale, sepolta in un ossario comune, solo per una brama di esistere ed esser libera. Due generazioni a confronto, la restituzione alla storia di una donna impavida e rivoluzionaria e la consapevolezza dei legami familiari: chi se ne è andato continua a modellare le vite dei discendenti attraverso la memoria.

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