Israele ha detto che nei prossimi giorni riaprirà il varco di Rafah per permettere alle persone palestinesi di spostarsi dalla Striscia di Gaza verso l’Egitto. A ottobre, dopo l’accordo per il cessate il fuoco tra Hamas e Israele mediato dagli Stati Uniti, il governo israeliano aveva detto che avrebbe permesso la riapertura del varco; poi però aveva cambiato idea, perché Hamas non aveva consegnato i corpi di tutte le persone israeliane rapite e morte durante la guerra.

Nei termini del cessate il fuoco di Trump sarebbe prevista invece la riapertura del valico di Rafah in entrambe le direzioni, permettendo a chi è rimasto bloccato all’esterno e vuole rientrare – decine di migliaia di persone – e a chi desidera partire o ricongiungersi con le famiglie di esercitare la propria libertà di movimento. La riapertura paventata da Israele non consente il ritorno a Gaza né il libero flusso di aiuti umanitari. E rischia di accelerare il processo di spopolamento della Striscia.

Il servizio informazioni dello Stato egiziano ha già respinto l’annuncio israeliano di un’apertura unidirezionale del valico. Lo stesso senso unico che è stato mantenuto durante il primo cessate il fuoco, nel gennaio 2025, quando Rafah era stato riaperto brevemente. Ora, insieme ad altri quattro valichi, avrebbe dovuto funzionare regolarmente, e invece no. Non l’unica promessa rimasta inattuata: degli aiuti umanitari su larga scala, previsti nella prima fase del «piano di pace», non c’è ancora traccia.

Il COGAT, cioè la divisione dell’esercito israeliano che gestisce l’ingresso di persone e aiuti nella Striscia, ha detto che le persone palestinesi potranno lasciare la Striscia dopo l’approvazione di Israele, coordinandosi con l’Egitto, e sotto la supervisione di una delegazione dell’Unione Europea