Rafah non c’è più, è sparita, è stata brutalmente cancellata da Gaza. Dopo venti mesi di bombardamenti, Rafah non esiste più. Rasa al suolo. Sparita dalle mappe, svuotata dalle famiglie che la abitavano, devastata da bulldozer e raid che hanno spianato tutto: case, scuole, moschee, ospedali, intere strade. Una città trasformata in un vuoto, diventata il simbolo di una strategia più grande di distruzione e sfollamento. E non è certo l’unica… Da Khan Younis ad al-Mawasi, la linea è sempre la stessa: evacuazioni forzate, quartieri scomparsi, una zona cuscinetto che cresce ogni settimana, metro dopo metro.

Rafah è sparita da Gaza

Le stime dicono che a Rafah oltre il 90% delle strutture è stato abbattuto. Oltre 50.000 unità abitative polverizzate, un milione di persone spinte a spostarsi a nord, verso altre tendopoli senza acqua né elettricità. Nel silenzio del resto del mondo, Israele continua a spingere avanti i suoi bulldozer: dal 12 aprile, il cosiddetto Morag Corridor, la “striscia cuscinetto” lungo il confine con l’Egitto, avanza come una colata di cemento armato. A chi rimane non resta niente, se non una sabbia di macerie.

Nel frattempo, i pochi ospedali ancora in piedi non reggono più: feriti senza assistenza, ambulanze ferme, scorte finite. I dati satellitari (insieme ai racconti di chi riesce ancora a filmare) mostrano Rafah come un buco nel cemento: niente più tetti, niente strade. Solo un segnale chiaro: questa terra non dovrà più rinascere.

E intanto l’International Court of Justice continua ad ammonire: le operazioni in corso rischiano di consolidare un controllo irreversibile, di cancellare la possibilità di ritorno. Ma gli appelli restano parole. I bulldozer no.

Un capitolo orrendo della storia si sta svolgendo a Gaza

In parallelo, mentre sul palco di Glastonbury si canta “Free Palestine” sotto lo sguardo scandalizzato dei governi, a Gaza si scava una tomba senza nome. Ciò che viene distrutto oggi non è solo un quartiere, ma l’idea stessa che un popolo possa ancora avere un posto in cui tornare.

Un giorno, forse, ci domanderemo perché non abbiamo fatto abbastanza quando Rafah è diventata polvere. E ci scopriremo tutti un po’ più complici di questa terra bruciata.

Maria Paola Pizzonia