Jerzy Grotowski: tra rito e teatro

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Di Redazione Metropolitan

Comincia con Jerzy Grotowski la rubrica teatrale “Metro Teatro”, che toccherà in molteplici sfumature temi e personaggi rilevanti globalmente per il sistema teatrale.

Jerzy Grotowski è un personaggio fondamenta della regia teatrale. Colui che ha piantato le primi radici stabili per quanto concerne il rapporto talvolta osmotico talvolta non fra i due ensemble spettatore-attore.

Il suo andare oltre al semplice teatro lo porta a formulare dei concetti quali teatro delle fonti parateatro, ricercando in un terreno differente a quello teatrale, l’essenza del proprio “io”, arrivando ad una sorta di psicoanalisi collettiva ed individuale.

Il suo teatro, che trascende il teatro fisico, è un itinerario continuum, una ricerca incessante dal punto di vista registico e artistico ma altresì dal punto di vista personale.

Nel corso della sua esistenza, la compagnia di Grotowski ha mutato sei volte la denominazione del suo istituto: ogni singolo cambiamento nominativo ha portato inevitabilmente ad un mutamento di evoluzione nella poetica del suddetto, in ogni singola categoria e pecularità artistica presa in considerazione.

Il teatro delle tredici file è la prima visione teatrale di Grotowski. Fondato nel 1959 insieme al critico e sociologo Ludwik Flaszen e a Jerzy Gurawski, un giovane architetto, il teatro delle tredici fili, che prende il nome dalla disposizione delle tredici file di poltrone situate all’interno del piccolo teatro, inizia la ricerca teatrale di quello che poi diverrà l’albero madre del teatro del novecento.

Inizialmente nella scuola di pensiero Grotowskiana, gli attori dovevano eseguire giornalmente degli esercizi vocali e fisici. L’igiene fisica e vocale era un ausilio fondamentale per l’attore in modo tale da rafforzare la voce ed avere una tecnica recitativa antinaturalistica.

Altresì il corpo doveva essere controllato per divenire uno strumento artistico, aiutato alla malleabilità grazie a esercizi quali la mimica, la ginnastica i studi pantomimici e molti altri.

Ma cos’è il teatro per Grotowski? Qual è la sua vera essenza? Il teatro per Grotowski doveva essere un teatro povero, un teatro che poteva esistere senza elementi superflui ma in una linearità ed essenzialità che aiutavano il vero rito magico: il sinodo fra i due ensemble, spettatori e attori.

La povertà di questo teatro voleva evidenziare la ricchezza della propria esistenza; io e il mondo. Spettatori e attori. 

L’attore si confessa davanti al pubblico, si denuda da ogni struttura stereotipata, attua un'”autopenetrazione” ricercando la sua più intima verità nei cassetti dell’anima ed il pubblico reagisce, è protagonista attivo di questo rituale, in una sorta di cerimoniale della partecipazione diretta. Ogni spettacolo ha uno spazio a sé; a seconda del sito, l’attore provoca lo spettatore, formando così l’unità rituale. Gli spettatori erano dei discepoli, gli attori dei sacerdoti e la sala diveniva altresì un tempio nel quale ritrovarsi durante una cerimonia teatrale. Questa specie di osmosi fra i due ensemble, si crea tramite l’archetipo della dialettica della derisione e dell’apoteosi. Gli spettatori sono una categoria attiva che decide se deridere ovvero se analizzare la funzionalità della struttura spettacolare ma altresì reagire affascinato e quindi applicare la polarità dell’apoteosi.

Il testo non è più visto come un ausilio, delle parole sulle quali aggrapparsi e accingere ma è una vera arma di attacco per il performer. Le varie gradazioni di voce, talvolta crescenti talvolta decrescenti attribuivano all’esibizione varie sfumature semantiche. La poetica vocale in Grotowski ha un tessuto orientale prevalente:ad esempio la laringe, come descrive egli stesso, doveva essere totalmente aperta, come facevano i cantanti dell’Opera di Pechino. Recitare per Grotowski , significava ripetere una partitura vocale e fisica empiricamente esatta. Il cosiddetto corpo-memoria dell’attore è una partitura invisibile, nella quale attraverso la registrazione degli impulsi derivanti dallo spettatore, essi formulano una reazione individuale. In codesto sistema segnico, il corpo- memoria depura il proprio io, eliminando tutto ciò che non era essenziale. L’attore, secondo Grotowski, non accetta il proprio corpo e lo ritiene responsabile dei fallimenti della vita. L’accettazione di sé stessi era fondamentale secondo il regista polacco, che formulò l’ennesimo concetto meta-filosofico denominato via negativa ovvero era necessario un processo non attivo ergo una via negativa per eliminare qualsiasi blocco muscolare che impedisse al performer le reazioni creative. Ogni blocco di qualsiasi origine doveva esser distrutto. L’attore doveva esser libero ma con una partitura invisibile inconscia.

Ciò che Eugenio Barba, celebre fondatore dell’ Odin Theatre e critico teatrale, denomina Magia Teatrale è l’estrosità che l’attore possiede e che incanala in vari exploits fisici e vocali che porteranno alla formulazione successiva di atto totale, di connubio rituale. 

Il teatro di Grotowski è un teatro affascinante dal punto di vista antropologico ma anche psicologico; è bello carpire i vari momenti della sua poetica, i suoi cambiamenti repentini e totalmente lontani fra loro, la sua psicoanalisi applicata sugli attori, i quali riflettevano la sua anima ed il suo stato. Prima era un regista attivo, successivamente si mise a guardare, a rubare con gli occhi e ad osservare le anime dei suoi performer.

La sua poetica è così vasta ed immensa che ho deciso di soffermarmi sul rito, sull’unione fra attore e spettatore. Nel cosiddetto Teatro Elisabettiano, lo spettatore è puramente un fruitore. Paga il biglietto, siede comodamente su una poltrona e assiste. Ma non vive. Grotowski era intenzionato, senza troppe minutaglie o mere scenografie, a far partecipare il pubblico, a farlo vivere, analizzare. Era il maestro della provocazione, provocava continuamente delle reazioni che a loro volta generavano degli impulsi.

Il suo teatro non è solo una seduta psicanalitica, non è solo una spedizione antropologica ma è il teatro del trascendente. Bisogna guardare sempre oltre la realtà fenomenica. Bisogna guardarsi dentro, senza troppe istanze. Bisogna ascoltarsi, raggiungere le vette più alte, scalarle. Il rito è una comunione fra anime vagabonde e sole, che incontrandosi ritrovano l’essenza delle cose. L’impossibile è possibile.

Alfa-Omega

Jerzy Grotowski

Alfa= Omega= mondo, sapete, hei!

Il mondo è unità, tuttavia, che si balla

infinitamente, sapete, dall’elemento al cervelloticare,

questo vuol dire da Alfa a Omega. Dal far festa al dolore, anche, sapete.

Si perdura, ma la gioia piuttosto è (tuttavia) come

non separarsi da lui, sapete, come non fregarsene,

pardonc. Ma non credete negli spiriti. Ma del proprio 

dolore ridersela in certo modo, sapete, hei!

Alfa- Omega: Scritta del finale dello spettacolo Caino di George Gordon Byron, adattamento e regia Jerzy Grotowski.

 

Giorgia Pampana