Joseph Roth, il 27 maggio ricorre l’anniversario della sua morte a soli 44 anni.

La breve vita di Joseph Roth

Nato il 2 settembre del 1894 da una famiglia ebraica in Galizia, quella di Joseph Roth è stata un’infanzia non così misera. 

La madre, Maria, discende da una famiglia di commercianti di tessuti mentre il padre, Nachum, è un commerciante di cereali.

Nel 1913 si trasferisce a Vienna per frequentare gli studi ma, a poco più di vent’anni, scoppia la Grande Guerra. Per natura, si arruola volontario nel 1916, dopo aver cambiato idea, e vive in una caserma di Vienna come addetto ufficio stampa dell’esercito. 

Terminato il conflitto, Roth sarà reclutato come collaboratore per le pagine culturali del Der Neue Tag

Nei suoi articoli descrive quella che è la vita quotidiana della gente nella Vienna del dopoguerra. Una sorta di cronaca cittadina, in chiave metaforica.

Viaggiò nei diversi paesi europei ma dopo il 1933, per sfuggire al nazismo e dalle idee antiebraiche che cominciavano a diffondersi nei paesi di lingua tedesca, si rifugia a Parigi.

I suoi romanzi, invece, nascono dal 1922 in poi. Ad esempio, ricordiamo La tela del ragno, Hotel Savoy e La ribellione, prima comparsi a puntate nei giornali e dopo uniti in un vero e proprio libro.

Tra i più famosi ritroviamo Fuga senza fine, La cripta dei cappuccini ma soprattutto Giobbe, da lui sottotitolato Romanzo di un uomo semplice.

Joseph Roth, Giobbe. Foto di copertina. Photo: Adelphi
Joseph Roth, Giobbe. Foto di copertina. Photo: Adelphi

Il protagonista è l’ “uomo semplice” Mendel Singer, un maestro ebreo che insegna la Bibbia ai bambini della cittadina in cui vive, nella Volinia russa. Una vita tranquilla fino alla nascita del quarto figlio, Menuchim, psichicamente e fisicamente minorato. 

La famiglia Singer è costretta a emigrare negli Stati Uniti, affidando il figlio Menuchim ad alcuni amici in Russia, ed è l’inizio di una serie di mali che si abbatteranno sulla famiglia: la figlia e i figli saranno uno dopo l’altro toccati dalla guerra, dalla morte, dalla pazzia.

I conflitti familiari, la disgregazione della famiglia, il crollo delle certezze contribuiscono a creare un quadro cupo e desolante e man mano che viene meno la fede di Mendel Singer si è spinti a sperare in luoghi e tempi migliori, una speranza vana in quanto non sembra esserci una via d’uscita. 

Per lunghi anni, giorno e notte, ora per ora aveva aspettato il miracolo promesso. I morti nell’aldilà non aiutavano, il rabbino non aiutava, Dio non voleva aiutare. Un mare di lacrime aveva pianto. Notte nel suo cuore c’era stata, pena in ogni gioia dalla nascita di Menuchim. Tutte le feste erano state tormenti e giorni di lutto tutti i giorni di festa. Niente più primavera né estate. Inverno si chiamavano tutte le stagioni. Il sole sorgeva ma non riscaldava. Solo la speranza non voleva morire.

La distruzione del sogno americano nel clima dell’emigrazione ebraica, queste le fondamenta storiche del romanzo che Roth mette in evidenza.

Lo sradicamento dell’uomo che sembra aver scordato le tradizioni, i valori e ogni forma di sicurezza.

L’abilità narrativa di Roth è proprio questa, riesce a descrivere le vicende degli ebrei dell’Europa centrale costretti a emigrare verso l’occidente europeo e gli Stati Uniti d’America, dopo il crollo della monarchia austro-ungarica.

La moderna diaspora che provoca la dispersione del patrimonio religioso e culturale di un popolo.

Tra il 1937 e il 1939 la situazione economica, oltre alla salute di Roth, peggiorano. Il 27 maggio 1939 muore a Parigi per polmonite, distrutto dall’alcolismo.

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