Per poter analizzare la nuova fatica di Yorgos Lanthimos Kinds of Kindness, non si può non partire dalla sua particolarissima parabola produttiva. Girato in segreto e in tempi brevissimi, il nuovo film del regista greco è un totale ritorno alle sue origini cinematografiche. Un ritorno alla sua specificità cinematografica. Quella pre La Favorita, di The Lobster o il Sacrificio del cervo sacro, per intenderci. E questo “ritorno alle origini” va posto all’interno del suo percorso registico negli Studios. Dopo le esperienze Disneyane con La Favorita e Povere Creature!, Lanthimos sente il bisogno di tornare a sè, di ricalcare ancora quel cinema spoglio, dell’assurdo e surreale che l’ha reso internazionale. E Kinds of Kindness, girato negli intervalli di tempo tra un giorno di set e l’altro di Povere Creature, è la piena dimostrazione di come Lanthimos senta il peso del lavoro con gli Studios.
Ed è quindi una necessità, una voglia di tornare indietro attraverso un vero e proprio esercizio di stile e di scrittura creativa. Prende quasi la forma di un laboratorio sperimentale Kinds of Kindness, dove la penna di Lanthimos (insieme al suo storico sceneggiatore Filippou) scrive senza sosta dando vita a tre storie differenti nelle impostazioni quanto simili nelle tematiche. Perché i temi che il regista ha sempre affrontato in carriera – soprattutto nei primi lavori – sono di nuovo colonna portante. L’amore, i rapporti personali, il fanatismo e l’ossessione legano quelli che, in fondo, sono tre mediometraggi messi insieme in un lungometraggio. Un perfetto, come già detto, esercizio di stile, condito dalla necessità di raccontare certi temi. Ma tutto ciò non è un malus, anzi. Rende si il film meno digeribile a chi conosce il regista dalle ultime fatiche e magari meno riuscito di alcuni suoi capolavori, ma ad avercene di film così.
Kinds Of Kindness: legami

I racconti sono tre, tutti di egual misura minuto più, minuto meno. E anche gli attori sono sempre gli stessi che interpretano tre personaggi differenti a testa. Nel primo Jesse Plemons è controllato dal suo boss Willem Defoe in ogni aspetto della sua vita: dalla moglie alla casa, fino al peso. Quando questo controllo salta, gli viene a mancare la terra sotto i piedi. Nel secondo racconto sempre Plemons è ossessionato dal fatto che la moglie Emma Stone, tornata alla civiltà dopo esser data per dispersa, non sia in realtà lei ma un clone. Diventa così ossessionato, portandola allo stremo fisicamente e mentalmente. Nel terzo e ultimo corto Emma Stone fa parte di una strana setta in cui i rapporti sessuali dei membri sono limitati solo ai capi e chi trasgredisce viene buttato fuori. In tutto questo lei e Jesse Plemons sono alla ricerca di una giovane donna in grado di resuscitare i morti con “la sola imposizione delle mani”
Ciò che unisce i tre mediometraggi, quindi, non sono personaggi ricorrenti o luoghi simili, ma tematiche affini. Lanthimos mette in dubbio, come è solito fare nel suo cinema, le regole sociali e le abitudine umane. Attraverso l’ironia sottile che l’ha sempre contraddistinto e lo stile asciutto e minimalista anche nelle intenzioni, il regista dubita prima dei “tipi di gentilezza”, per poi preoccuparsi di dove si possa spingere l’amore e l’ossessione. L’abengazione e il possesso fin dove possono arrivare nell’animo umano? E il concetto del sogno ritorna in tutti e tre i racconti. I personaggi sembrano quasi spinti all’azione dai sogni notturni e dalle loro visioni. Ed è per questo che Sweet Dreams apre il film ed praticamente l’unica canzone presente. Insomma, una riflessione per immagini di temi universali e già affrontati. Il tutto attraverso la sperimentazione, l’assurdo e la creazione di scenari troppo forti per farci restare impassibili.
A conti fatti Kinds of Kindness cammina su di un’immaginario filo delle parche a metà tra lo sperimentalismo più estremo e la mano ironica di Lanthimos. Ed esattamente quando quei magici ambienti sembrano perdere di forza ed efficacia, il regista greco li taglia spudoratamente lasciando un senso di soddisfazione e compiutezza. L’iconicità di certi ambienti e certe scene di film come Povere Creature! o Kynodontas non è, però, di certo presente. Ma è normale, visto il budget ridotto, lo sperimentalismo e la concretezza della messa in scena. Sa quindi tutto più di necessità del regista stesso che di vero e proprio film da spacca sala. E, di solito, nei prodotti così personali si va tanto a fondo con le tematiche e le bizzarrie. Non è questo il caso, visto il livello a cui Lanthimos ci ha abituato. Anzi, forse l’unica stranezza vera è il fatto che sia riuscito a far distribuire una pellicola del genere su larga scala. Complice ovviamente l’enorme successo Povere Creature! che ha saputo sfruttare sapientemente tornate al sé di qualche anno fa, da vero cineasta avulso alle Major quale è.
Alessandro Libianchi
Seguici su Google News





