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L’arte al servizio del vero, intervista con Antonella Cilento

Antonella Cilento è una pietra preziosa nel panorama letterario italiano. Autrice finalista al Premio Strega 2014 e ideatrice del laboratorio di scrittura Lalineascritta – attivo dal 1993 – ha affrontato, nelle sue opere, temi variegati, oltre all’amore per la parola scritta. Abbiamo avuto il piacere di intervistarla e ciò che ne è venuto fuori è un piccolo affresco dei problemi che affliggono la cultura italiana contemporanea. Ma si parla anche di arte e del potere che ha la narrativa quando si riscopre capace di servire la verità.

L’intervista alla scrittrice Antonella Cilento

Nel 2014 sei stata finalista al premio Strega con Lisario o il piacere infinito delle donne. Uno dei temi portanti del romanzo è il piacere femminile, che ancora oggi – come nel tuo libro – è visto con fascino e paura. In un periodo storico in cui la cultura e l’educazione sono chiamate ad affrontare il problema della disuguaglianza e della violenza di genere, che ruolo può giocare la narrativa?

La narrativa è purtroppo diventata una parola equivoca, poiché esiste ormai una narrativa del potere, una narrativa dei media, una narrativa per ogni forma di bugia. Dunque, per quanto mi riguarda, cerco di ricordarmi che la scrittura del romanzo o del racconto è una forma d’arte, sì, in prosa, dunque narrativa, ma che ha il compito di essere al servizio del vero e non di ciò che ci appare reale, come diceva Elsa Morante. L’arte della scrittura pretende sempre, e in tempi falsi come i nostri anche di più, d’essere rigorosa, connessa alla nostra anima, testimonianza e non cronaca. Insomma sta a chi scrive non praticare false etiche di superficie, il politicamente corretto che si trasforma in narrativa di regime e propaganda. Sta a chi scrive coniugare atti estetici di qualità estrema con la profonda verità interiore. Ci è indispensabile correre rischi espressivi (e non solo), è necessario essere coerenti e divergenti. Insomma, all’arte io chiedo di andare contro corrente, di non consolare, di non attutire o giustificare. Se un gesto scritto non è compiuto in ogni direzione, estetica e morale, fallirà, sarà mera descrizione del percepito. La letteratura nasce anche dalla nostra profonda percezione delle cose ma non galleggia sul percepito. La menzogna letteraria serve a dire la verità non bugie, né a simulare false indignazioni o fomentare divisioni e odio. C’è bisogno, insomma, di vera letteratura. 


A settembre è uscita la tua ultima opera, La caffettiera di carta. Il sottotitolo recita: «un manuale di lettura e scrittura creativa». Vuoi dirci di più?

La caffettiera di carta è la summa di quasi trent’anni di lezioni e laboratori che ho tenuto a Napoli, in Italia e, da un decennio, grazie ai corsi in web conference, con allievi distribuiti nel mondo, dal Giappone alla Svizzera, alla Spagna. Ma è molto più di un manuale poiché è il racconto di un metodo e di uno stile di vita: la Caffettiera racconta la mia formazione e le ragioni per cui ho sempre scritto e insieme insegnato a scrivere (e a leggere), i modi in cui meditazione, studi universitari, teatro, arti visive e gestione dei gruppi di ogni età sono confluiti e hanno contribuito a costruire un luogo, il laboratorio di scrittura, che può ospitare le persone anche per molti anni, finché non hanno trovato la loro voce, il loro personale stile e la loro storia. Chi leggerà La caffettiera di carta troverà perciò un infinito numero di suggerimenti di lettura, gli strumenti con cui si esemplificano e spiegano le tecniche del racconto e del romanzo (in coda al libro ci sono oltre quaranta pagine di bibliografia); troverà un percorso graduale che è anche un percorso tematico molto vicino a quel che accade nel triennio di lezioni di base (ma anche nel corso di tutoraggio al romanzo, nei corsi tematici e nel master SEMA, che realizziamo in collaborazione con Università Suor Orsola Benincasa, e che porta i nostri studenti a conoscere e lavorare nel mondo dell’editoria). 

Troverà esercizi da praticare, ragionamenti sui blocchi della scrittura che sorgono a vari livelli e in tempi diversi della formazione, incontrerà gli studenti de Lalineascritta, che a volte si fermano anche quando vengono molto incoraggiati, come capita a molti. 

La caffettiera di carta è insomma un portolano per navigatori di parole: per chi è curioso del mondo della scrittura e per chi cerca stimoli alla lettura. Del resto, chi segue i nostri corsi a volte desidera esordire, capire se ha possibilità di pubblicazione, ma molto più spesso cerca strumenti per lavorare a scuola (la formazione scolastica per insegnanti e studenti è stata una delle mie missioni in questi anni) o vie per conoscersi e frequentarsi sulla pagina e occasioni per conoscere altri lettori, fare gruppo, leggere meglio e di più. A volte si arriva in laboratorio per pubblicare con un grande editorie e si esce lettori migliori, più critici ed esigenti, senza più ansia d’apparire.

Facciamo un salto indietro. Dal 1993 dirigi il laboratorio di scrittura Lalineascritta. Come è nato il progetto e perché sono importanti le scuole di scrittura?

Lalineascritta è nata a Napoli fra i banchetti di un piccolo asilo reichiano perché mi chiedevo dove fossero altre persone che, come me, scrivevano e perché in gruppo si potenziano le capacità espressive e si affrontano meglio le paure e le paralisi che la creazione incontra. Benché ormai Lalineascrittaconti migliaia di allievi e diverse centinaia di ore di lezione ogni anno, abbia una sede propria e produca un master universitario oltre  a storiche manifestazioni di letteratura internazionale come Strane Coppie (tredici edizioni), il laboratorio ha sempre conservato la sua natura iniziale: aiutare le persone a cambiare rapporto con la disciplina della scrittura, smontare le abitudini scolastiche, entrare in un’esplorazione più attenta delle emozioni, imparare a respirare sulla pagina separando l’atto della creazione dall’atto della revisione, che è troppo spesso sovrapposto alla mera registrazione, alla ricerca di quel che siamo e sentiamo. Le scuole di scrittura nel mondo hanno nature molto diverse e storie differenti: alcune si dedicano unicamente alla tecnica, altre si specializzano in generi, altre ancora, come Lalineascritta, cercano una sintesi più complessa e ampia. 

Mi è capitato in tre decenni di dover sopperire ai vuoti della scuola e dell’università in termini di formazione, e questa è una funzione rilevante dei laboratori, almeno dei più seri. Ma è una funzione del laboratorio anche quella di costruire lettori e rafforzare strumenti e conoscenze, così come costruisce un ponte efficace per gli esordienti con agenti e case editrici e introduce al lavoro editoriale coloro che lo desiderano. Solo nel 2021 abbiamo festeggiato due nuovi esordi, Mara Fortuna con Le magnifiche invenzioni (Giunti) e Gianluca Nativo con Il primo che passa (Mondadori). Dunque, molteplici sono gli scopi e le utilità: quel che conta è praticarli con assoluta coerenza ed onestà per andare incontro alle esigenze di chi cerca un corso, una via.

Oltre alla scrittura e all’insegnamento, quali sono le tue passioni?

In verità non ho tempo per altro ma la lettura, ovviamente, la meditazione, il disegno, il rapporto con i luoghi d’arte e la natura sono una fonte continua.

L’arte al servizio del vero, intervista con Antonella Cilento


In Italia abbiamo sempre più voci, ma gli argomenti e il modo in cui vengono affrontati sono spesso superficiali. Eppure un tempo gli autori e gli intellettuali italiani erano tra i più abili a scavare nei problemi contemporanei e a scardinare certezze. Ho la sensazione che oggi, almeno tra le voci più ascoltate – quelle con un certo potere mediatico – sia venuta meno questa capacità. È per mancanza di coraggio, per una questione puramente “commerciale” o per qualcos’altro?

Abbiamo molte voci senza voce, insomma un chiacchiericcio più che un discorso. Sento intorno a me pochissime, rare, vere voci, fra queste quella di alcuni grandi scrittori meno visibili, come Giuseppe Montesano, che ci fa il grande dono di tenere da noi lezioni seguitissime sulla grande letteratura da dieci anni. Il potere mediatico corrompe perché è di per sé corrotto e disinteressato alle profondità, alle verità che possono scardinare routine di controllo. Questo ha senz’altro a che fare con la mancanza di coraggio: il coraggio non fa rumore, non lo si grida, il coraggio è una scelta che si paga. 

E naturalmente c’è il peso commerciale di un mercato che vuol far numero anche con la cultura, riducendo la parola a un vuoto contenitore d’echi. 

Si governa meglio nel silenzio o nel rumore da bar.


La fine dell’emergenza pandemica sembra oggi più vicina. Appurato che, purtroppo, non ne siamo “usciti migliori”, su cosa dovremmo concentrarci, secondo te, per migliorare le situazioni problematiche che ci circondano? Cosa possiamo imparare (e cosa hai imparato tu) da questo periodo buio?

Non sono così convinta che si stia uscendo dall’emergenza, mi sembra piuttosto che si stiano cercando nuovi modi per aggravarla e prolungarla così da poterne trarre profitto. Migliori si sarebbe usciti se tutti avessero iniziato a praticare un’alimentazione più sana, si fossero informati sul funzionamento del sistema immunitario, avessero ridotto il consumo farmacologico e si fossero dedicati a un’arte o alla meditazione. Ho trascorso gran parte di questi due anni a soccorrere persone spaventate e disperate sul proprio divano e ho proseguito i corsi, sia pure in web conference, cercando di aprire spazi, anche solo di un paio d’ore la volta, con individui paralizzati dal panico e dalla paranoia. Siamo lontani dall’aver sgominato la paura, anche perché viene alimentata e peggiorata da proclami divisivi che praticano l’antico “divide et impera”. Ho imparato, quindi, cose che sapevo: siamo in pochi ad avere visione e siamo scomodi. E questo però non mi impedisce di restare in ascolto, cosa indispensabile a chi oggi volta le spalle al prossimo pensando solo alla propria sicurezza. Come in un laboratorio, si progredisce ciascuno con la propria direzione ma con l’aiuto di tutti. Insieme, non divisi.

Articolo a cura di Claudio Santoro

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