Lo scorso weekend è andato in scena al Teatro Studio Uno Baalhaus. Lo spettacolo fa parte della rassegna I Giorni della Comune di cui noi di Metropolitan Magazine Italia siamo i Media Partner. Il lavoro è stato diretto da Valerio Peroni e Alice Occhiali, e noi di MMI li abbiamo intervistati.

Siamo nel cortile del Teatro Studio Uno, il pavimento è bagnato perché questo è un maggio di pioggia, la maschera ci fa accomodare attorno a tavolinetti bassi, ci versa del vino in un calice, e a terra su un lenzuolo giace un uomo: Baal.
Quando aveva poco più di vent’anni Bertold Brecht scrisse Baal, un testo interessantissimo poiché esplorava il mondo di un giovane poeta coinvolto in una serie di eventi scabrosi: violenze sessuali, omicidi. Baal è eroe e antieroe, e lo studio di Peroni e Occhiali ci porta negli anni in cui è stato scritto il testo, in Europa, presumibilmente nella Germania pre nazista di Brecht, in un locale in cui è lecito anzi necessario bere e fumare, la Baalhaus appunto, l’habitat naturale per il dissoluto Baal, per le sue donne, i suoi uomini, per tutti i suoi fantasmi.

È Brecht a tirare le fila di questo lavoro laboratoriale, come affermano gli stessi registi. Un lavoro, conferma Valerio Peroni a fine spettacolo, che viene fuori da due intensi mesi di lavoro insieme a un gruppo di una dozzina di giovani attori.
Abbiamo chiesto ai registi com’è nato il testo.
“Il testo è frutto di una collaborazione che abbiamo avuto con Valerio Leoni che in questo progetto oltre ad essere in scena, ha firmato anche la drammaturgia. La scrittura è nata prendendo spunto da due testi di Brecht: “Baal”, il primo testo teatrale scritto dal drammaturgo tedesco, e “I sette peccati capitali dei piccoli borghesi”, ultima collaborazione tra Brecht e Kurt Weill. Dal primo testo abbiamo preso spunto per quel che riguarda parte dell’intreccio, le relazioni e le dinamiche dei personaggi della nostra BaalHaus. Mentre il secondo testo ci ha dato ispirazione per creare questa dualità del personaggio di Baal. Infatti come ne “I sette peccati capitali dei piccoli borghesi” troviamo un’Anna 1 che canta e un’Anna 2 che danza, nella nostra BaalHaus troviamo due Baal: Baal 1 il poeta che vive e agisce tra le mura del locale (l’attore) e Baal 2 lo scrittore e padrone della BaalHaus, che come un Dio-creatore muove i personaggi/avventori, tramite la sua scrittura (l’autore). La scrittura drammaturgica si alterna su due cifre linguistiche: una poetica e una dialogica. Durante lo spettacolo infatti vi sono momenti in cui gli attori utilizzano testi poetici di Brecht e momenti in cui dialogano tra loro utilizzando testi creati ad hoc per le scene o riadattamenti liberamente ispirati a scene di “Baal”. Il lavoro di scrittura con Valerio Leoni è stato un processo davvero interessante per noi, perchè è stato un continuo confronto e scambio. Io e Alice abbiamo proposto a Valerio Leoni una struttura drammaturgica a cui lui ha iniziato a dare forma proponendoci dei testi che scriveva alle volte direttamente sulle nostre proposte altre volte vedendo il lavoro degli attori in sala. E’ stato un processo di ricerca per tutti noi che ci ha dato modo di imparare molto l’uno dall’altro.”

Perché Brecht?
“La scelta di lavorare su Brecht diciamo che ci è caduta addosso. Alessandro De Feo, uno dei membri del Collettivo I Giorni della Comune, è un mio amico di vecchia data. Mi ha contattato dicendomi che, insieme ad alcuni suoi colleghi, stava organizzando una rassegna teatrale che aveva come tema comune testi o tematiche Brechtiane e che sarebbe stato molto contento se io e Alice avessimo creato uno spettacolo da inserire all’interno della rassegna. Brecht è sempre stato per me un autore molto difficile da mettere in scena: un po’ per la difficoltà di decifrare il senso delle sue parole e far si che esse parlino alla nostra contemporaneità, un po’ per il timore riverenziale che destano i grandi autori come lui . Il motivo che ha spinto me ed Alice ad accogliere a braccia aperte l’idea di lavorare su Brecht, è stata la possibilità di poter affrontare questo lavoro traducendolo nel nostro linguaggio e nella nostra poetica, avendo totale carta bianca.
Questo è avvenuto grazie all’estrema fiducia che Alessandro De Feo e di rimando tutto il Collettivo dei Giorni della Comune ha avuto nei nostri confronti. Proprio questa totale libertà ci ha spinto, dopo una ricerca della durata di un mese a Berlino, dove abbiamo avuto la possibilità di consultare documenti al “Bertolt Brecht Archive” e al “Mime Centrum Archive”, ad organizzare un laboratorio sulla drammaturgia attoriale che si concentrava sul passaggio dalla fase pre-espressiva alla fase espressiva dell’attore.
Grazie alla collaborazione con Labirion-Officine Trasversali, uno spazio culturale con sede a Roma e gestito da due nostri colleghi, abbiamo condotto un laboratorio della durata di 2 mesi con cadenza bisettimanale dove con undici partecipanti abbiamo svolto un processo di ricerca che ci ha portato alla creazione dello spettacolo che abbiamo presentato il 10, 11 e 12 Maggio al Teatro Studio Uno.”

L’ambientazione e l’estetica di questo lavoro sono abbastanza riconoscibili: il locale, il vino e le sigarette, Edith Piaf, i costumi: tutto ci fa pensare al primo novecento. È una scelta? Se sì che tipo di scelta è.
“Tutti questi elementi da te citati che richiamano al primo Novecento sono assolutamente una scelta voluta. L’ambientazione all’interno di un locale è stata la prima scintilla per l’ideazione dello spettacolo. Io e Alice amiamo gli spettacoli che trasportano gli spettatori in un altro mondo e che li fanno sentire parte integrante della pièce teatrale, e proprio per questo cerchiamo di lavorare anche sui dettagli estetici perchè lo spettatore si possa sentire immerso in un’esperienza unica. Da questa nostra necessità è nata anche l’idea di dare la possibilità agli spettatori di bere, fumare e sedersi accanto agli attori, dando così la sensazione che tutti siano in quel momento avventori del locale.
Volevamo anche che il pubblico, con le sue azioni, reazioni, emozioni e sguardi diventasse parte integrante dello spettacolo. Da qui, l’idea di posizionare gli spettatori intorno allo spazio scenico in modo che abbiano la possibilità di guardarsi l’uno con l’altro diventando così essi stessi motori di nuove dinamiche per gli altri spettatori.
La scelta di Edith Piaf merita un discorso a parte che non riguarda soltanto un richiamo al primo Novecento. Brecht scrisse Baal ispirandosi alla figura di François Villoin, poeta francese ribelle vissuto nel 1400. Inoltre è cosa risaputa l’amore giovanile che il drammaturgo tedesco aveva per i poeti maledetti francesi quali Rimbaud e Verlaine. Da qui nasce la scelta di disseminare nello spettacolo testi poetici e tracce musicali in lingua francese proprio per omaggiare questo amore.
L’uso della lingua francese, grazie anche alla presenza di un’attrice madrelingua, si è trasformata inoltre in una grande risorsa drammaturgica che ci ha portato a trasfomare il personaggio di Sofia, figura che più rappresenta l’immagine dell’amore in Baal, in un personaggio bilingue che parla metà francese e metà italiano.”
Che tipo di progetti avete per questo lavoro?
“Stiamo lavorando per creare le condizioni ideali per intraprendere una seconda sessione di lavoro intensiva, possibilmente in forma residenziale, dove si possa andare ancora più in profondità per migliorare il lavoro dal punto di vista registico, drammaturgico e attoriale. Pensiamo che questo lavoro si presti benissimo per spazi teatrali non convenzionali e di conseguenza vorremo poter trovare delle situazioni che ci permettano di poter presentare il lavoro non soltanto in teatri veri e propri: cortili, giardini privati, locali, ristoranti, club, etc.
Inoltre, vista anche la presenza del vino abbiamo pensato che lo spettacolo potrebbe facilmente prestarsi per la sponsorizzazione di aziende vinicole che vogliano far conoscere il proprio prodotto in modo assolutamente non convenzionale, all’interno dei loro centri di produzione(vigneti, sale degustazione,etc.) Insomma il futuro di questo spettacolo è tutto da organizzare ma quello che sappiamo con sicurezza è che vogliamo trovare il modo di portare avanti questo progetto che merita di avere una lunga vita e di essere presentato ancora molte volte nei più disparati contesti soprattutto per la grande professionalità e umanità delle persone coinvolte.”

La rassegna I Giorni Della Comune va avanti fino al 26 maggio al Teatro Studio Uno tra spettacoli, incontri con i maestri, brunch della domenica. Qui tutte le info.





