Gabriele Mainetti non è mai stato un regista banale. Fin dai suoi primi cortometraggi come Basette, dove omaggia il Monkey Punch e Lupin III o Tiger Boy, il regista romano ha mostrato una grandissima propensione verso un tipo di cinema pop e pulp, basato su un bagaglio molto vicino ad un certo tipo di cultura giovane e, per certi versi, nerd. E se poi il tuo film di esordio si chiama Lo Chiamavano Jeeg Robot, non puoi che essere sotto lo sguardo di tutti. O almeno sotto l’occhio diffidente di che pensa che il cinema italiano debba e possa solo ristagnare nel melò e nella commedia. E La città proibita, terzo lungometraggio di Mainetti arrivato dopo Freaks Out, è l’ennesima dimostrazione di come in Italia, se si vuole, il cinema di genere si può ancora fare. Non è morto, è solo sepolto. Basta scavare.

Ma Gabriele Mainetti, non contento, non fa solo un film di genere. Ma ambienta a Roma un film action, anzi, un film d’arti marziali. Pura follia e un puro suicidio produttivo. Eppure, dopo la visione, se mi chiedessero come altro si potrebbe raccontare una storia come quella de La città proibita sinceramente non saprei rispondere. Non solo un film di Kung Fu è il miglior modo per parlare della multiculturalità romana, ma Mainetti riesce nel compito di farlo sembrare il miglior modo – se non l’unico. Ancora una volta, la cultura pop e geek trionfa in momento in cui il nostro cinema attraversa uno dei momenti più neri della sua storia. Che coraggio ci vuole per fare un film del genere qui e in questo momento. Che coraggio Mainetti nel resistere e nel dimostrare che il Kung Fu è il modo migliore per colpire duro il nostro cinema.

La città proibita: la Roma di oggi

La città proibita, Mei (Yaxi Liu) in una scena del film

Mei, interpretata da Yaxi Liu, è una ragazza cinese nata sotto la politica del figlio unico (e quindi “clandestina”) alla ricerca della sorella scomparsa anni prima a Roma. Marcello (Enrico Borello), invece, è un ragazzo romano, cuoco nella trattoria di famiglia di proprietà del padre Alfredo (Luca Zingaretti) e della madre Lorena (Sabrina Ferilli). Annibale (Marco Giallini) è uno criminale tipico romano, una sorta di zio acquisito per Marcello, uno di quei personaggi che incontri spessissimo nelle periferie romane di cui conosci la fama ma a cui non riesci a voler male. Mei incrocerà il destino di Marcello proprio nella ricerca della sorella, la cui scomparsa è legata a doppio filo alla misteriosa sparizione di Alfredo. Tra i due nascerà una storia, tutta orchestrata tra Termini, Piazza Vittorio e l’Esquilino, il quartiere cinese di Roma. Mainetti dipinge proprio questa multiculturalità romana, diventata la nuova frontiera della romanità nei suoi tratti più belli. Al di là della tipica diffidenza verso il diverso incarnata dalla figura di Annibale, che non si arrende a quella che lui definisce “un’invasione”, Marcello e Lorena vivono la quotidianità fatta di paesi che si intrecciano, di romano unito a tantissime culture differenti, incarnate da quel piatto finale che Marcello cucinerà proprio per Annibale. E questa contaminazione culturale è proprio il motivo per cui un film d’arti marziali è la via più efficace per parlare di un argomento del genere. Perché ad essere contaminata non è solo quell’eternità romana, ma il cinema stesso. E se resiste quel sottobosco criminale romanesco – qui in parte parodiato – allora è tempo che si mescoli, si unisca a nuove forme cinematografiche.

All’interno di questo contesto, Mainetti pesca a piene mani da una serie di riferimenti cinematografici per costruire, pezzo dopo pezzo, un film incredibile. Da Zhang Yimou non pesca solo il titolo del film, ma anche una certa estetica che ci riporta direttamente ad un cinema cinese d’altri tempi. La città proibita non è solo il ristorante dove si intersecano e culminano le vicende, ma una sorta di portale verso un altro mondo. Inizialmente siamo convinti di essere nella Cina di film come Ip Man, o in una cinematografia Hongkonghiana come quella di Yuen Wo Ping. Solo alla fine di una sequenza dinamicissima e girata tutta a mano veniamo violentemente catapultati a Roma. La primissima scena del film, una delle due ambientate veramente in Cina, ricorda tremendamente Il serpente all’ombra dell’aquila o i templi di un film come Lanterne Rosse. E l’estetica ricercatissima in questa sorta di mondo alternativo fatto di luci rossi e verdi a chiuderne il confine con la Roma esterna è a metà tra Kill Bill e un uso della luce alla Wong Kar-wai, con cui Paolo Carnera gioca per tutto il film.

Il gongfu italiano

Ma La città proibita non è una parodia, un tentativo maldestro di portare un genere lontanissimo qui in Italia. Ma è la concreta rappresentazione che, con le idee giuste, nessuna forma cinematografica è inarrivabile. Che sia il film supereroistico o di arti marziali, Mainetti dimostra ancora che nel nostro paese è ancora possibile fare qualcosa di nuovo, di diverso. E soprattutto violento. Perché qui di sangue ne scorre a fiumi e infatti La città proibita è tanto più vicino ad un gongfu piuttosto che a un wuxia. Le coreografie studiatissime raccontano di un vicinanza ad un cinema come quello di Park Chan-wook (Old Boy o Lady vendetta), all’Hard Boiled di John Woo o anche ad una violenza alla Takeshi Kitano, per certi versi.

I combattimenti in luoghi assurdi, l’uso delle armi più impensabili e i gli inseguimenti sono tutti stilemi imprescindibili del genere. E il tutto condito con una storyline magari più debole rispetto ai due precedenti lavori di Mainetti, ma funzionalissima all’azione e che ha un twist finale che evita una più classicissima vittoria del bene contro il male. Insomma, Gabriele Mainetti dimostra ancora una volta di essere uno dei migliori registi che abbiamo in Italia. L’unico con ancora la voglia di sperimentare sul serio non solo camera alla mano, ma giocando anche con il cinema stesso e i suoi generi. Pochi possono vantare una diversità così ampia nel proprio repertorio con soli tre film da regista all’attivo. La città proibita è un film che va assolutamente visto e supportato perché, in Italia, siamo ancora capaci di fare del grandissimo cinema. E per fortuna abbiamo Gabriele Mainetti.

Alessandro Libianchi

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