Era il 25 marzo scorso quando il presidente Usa Donald Trump tra i tanti ordini esecutivi firmò anche quello che eliminava il Dipartimento dell’Istruzione, oggi la Corte Suprema consente all’inquilino della Casa Bianca di procedere con lo smantellamento. I magistrati hanno sospeso la decisione di un tribunale inferiore che – come in altri casi – aveva bloccato i licenziamenti di Trump sostenendo che il dipartimento non sarebbe stato in grado di continuare a svolgere i suoi compiti con uno staff decimato.
Il Dipartimento dell’Istruzione gestisce o meglio gestiva decine di miliardi di dollari destinati a borse di studio, prestiti universitari per famiglie a basso reddito, programmi per studenti disabili e fondi per le scuole pubbliche. Per questo si era innescata una polemica e si temeva che la riorganizzazione servisse in realtà a eliminare questi finanziamenti, ampliando il divario educativo tra stati ricchi e poveri
Il piano Trump coinvolge anche il sistema universitario. È previsto il graduale azzeramento del Pell Grant e l’esternalizzazione del servizio pubblico di prestiti studenteschi. Le università pubbliche del Midwest, dove oltre la metà degli studenti dipende da fondi federali, sono in allerta.
Alla University of Michigan, la rettrice Santa Ono ha dichiarato: “Senza un piano alternativo di finanziamento, rischiamo di dover chiudere l’accesso a migliaia di giovani meritevoli”.
Già nel 2016, durante la sua prima presidenza, Trump aveva detto di voler chiudere il dipartimento dell’Istruzione, ma non aveva avuto l’appoggio necessario dal Congresso. Alla fine di marzo aveva firmato un ordine esecutivo per chiudere il dipartimento e demandare completamente ai singoli stati la gestione del sistema scolastico (che è già gestito principalmente a livello locale, ma non del tutto). Trump e buona parte del Partito Repubblicano sono ostili al dipartimento dell’Istruzione perché contrari ai programmi educativi che promuove, come quelli contro le discriminazioni della comunità LGBTQ+.





