Interprete eclettica, soprano drammatico d’agilità dalla carriera relativamente breve ma sfolgorante, Maria Callas è stata la cantante lirica più conosciuta al mondo. Riscoprì i compositori italiani della prima metà dell’ottocento, a partire da Bellini e Donizetti, e il belcanto classico. Ma soprattutto a partire dal periodo della sua trasformazione fisica (dal 1952 al 1954 perse 35 kg) è con le opere di Giuseppe Verdi che Maria Callas sperimenta una nuova concezione dello stare in scena. Gestualità espressionista, leggiadria e senso coreografico si integrano all’incredibile estensione vocale e a un timbro unico, che sa colorarsi di tutte le sfumature del bel canto.

Maria Callas e Giuseppe Verdi: la Traviata

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La Divina integrava la recitazione nel canto e viceversa, come avrebbe voluto Verdi, che pregava i suoi interpreti di non solfeggiare, ma di recitar cantando. La Callas implementò nel repertorio verdiano il metodo belcantistico di ascendenza barocca, sfruttando al meglio il glissato, la coloratura, il legato, il trillo. L’incredibile gamma di suoni che riusciva ad ottenere non erano mai esibiti come fini a sé stessi, ma sempre integrati nella situazione scenica. Il suo studio della gestualità, a volte un po’ enfatica, ricalcava le movenze dei grandi attori del teatro del suo tempo. Come la Duse, creava una sorta di punteggiatura con i suoi movimenti.

Fu nella Traviata che la sua figura scenico-vocale giunse al vertice più alto. Maria dette a Violetta non solo il fisico e le espressioni sbarazzine di Haudrey Hepburn, ma anche le pose tragiche della Duse e le espressioni della Garbo. “Tutte le Traviate che verranno, tra poco, non subito avranno un po’ della Traviata di Maria, un po’, in principio, poi molto, poi tutto. Le Violette future saranno Violette-Maria. E’ fatale, in arte, quando qualcuno insegna qualcosa agli altri, alle altre. Maria ha insegnato”. Così Luchino Visconti commenta l’interpretazione della Callas, dopo averla seguita per diverse repliche.

Il Macbeth

I primi critici che assistettero all’Aida della Scala nel ‘50, in cui la Callas sostituì Renata Tebaldi, notarono subito che la sua voce aveva un che di metallico e intubato. La cantante che sarà conosciuta in tutto il mondo con l’epiteto di Divina, agli inizi, sembrava più una posseduta, una voce demoniaca. Perfetta per interpretare una donna avida, consumata dalle passioni, come Lady Macbeth. In Lady Macbeth c’è molto della Callas: la voce dai toni cupi, l’estensione dai gravi profondi al sovracuto, le agilità, la personalità interpretativa, la cattiveria che nasconde la vulnerabilità. 

L’opera che sugella l’incontro tra Verdi e Shakespeare era quasi sconosciuta negli anni ’50. Fu grazie alla Callas che il Macbeth ritornò in auge, soprattutto a seguito della registrazione dell’aria di sortita nel festival radiofonico del 1952 diretto da Oliviero De Fabritiis. Nonostante la mancanza del recitativo e una direzione troppo lenta, la Callas si impone sin dalla prima nota. I toni gravi e tenebrosi, uniti alla mordente introspezione psicologica, garantiscono il successo anche nelle cinque esibizioni del dicembre di quell’anno alla Scala.

Lorenzo La Rovere

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