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La mascolinità tossica passa anche attraverso il cibo

Un vero uomo mangia una bistecca al sangue e beve una birra mentre guarda una partita di calcio, un vero uomo festeggia i compleanni in compagnia di qualche amico e una brace, un vero uomo ha bisogno di mangiare carne rossa più volte a settimana per aumentare muscoli e massa corporea.

O pure un vero uomo può non fare nessuna di queste cose.

Lo studio della maschilità attraverso il ruolo dell’alimentazione nasce a fine anni Settanta, dal testo “La distinzione” del sociologo francese Pierre Bourdieu per poi prendere piede solo negli anni Novanta, tramite una vasta letteratura per lo più anglofona.

Da questi studi emerge un netto binarismo di genere che si accompagna ad una precisa definizione dei processi di mascolinizzazione dal punto di vista sociologico e alimentare.

Viene così rilevato, non solo la presenza di cibi ritenuti comunemente maschili e femminili, ma anche una logica che si diffonde partendo da questo assunto.

Parliamo quindi di vere e proprie manifestazioni di maschilità, che presentano regole ben precise.

Poca attenzione ad una dieta che coinvolga prodotti biologici o vegetali, meno accortezza nei confronti di indicazioni mediche, maggior consumo di carne e bevande alcoliche, sono solo alcune delle regole dell’alimentazione di un vero uomo.

Tale distinzione si ritrova non solo nella cultura sociale ma anche nel brand marketing: i prodotti ad origine vegetale e light, sono infatti targhettizzati per un pubblico quasi esclusivamente femminile, come alcolici e carni risultano prioritari nelle pubblicità dedicate ad un pubblico maschile.

Anche per ciò che concerne le diete e il mantenimento dello stato di salute dell’individuo, osserviamo situazioni differenziate: mentre le donne sarebbero più attente ai cibi consumati, gli uomini preferirebbero adottare strategie ritenute più mascoline per combattere i rischi di salute legati ad una cattiva alimentazione, come ad esempio, l’intensificamento dell’attività fisica.

La scoperta di un approccio aggressivo all’alimentazione, come al tema della sostenibilità ambientale, (considerando che studi recenti dimostrano che le spese degli uomini provocano il 16% di emissioni di gas serra in più), sta vivendo negli ultimi anni un lento cambiamento, che si impegna a superare le dialettiche intra-genere e binarie.

La mascolinità tossica passa anche attraverso il cibo

Dal secondo decennio degli anni Duemila, infatti, si è iniziato a diffondere un approccio più sensibile nei confronti dell’alimentazione anche da parte delle persone socializzate come uomini.

Si sta diffondendo infatti un’attenzione legata al cibo concepito non più unicamente come dimostrazione della propria virilità, ma come anche come attestazione di impegno sociale e ambientale.

Vegetarianesimo, veganesimo e flexiterianesimo sono alcune delle possibilità che si stanno aprendo sempre di più anche all’universo maschile. Ma il giudizio è ancora forte.

Le persone socializzate come uomini che scelgono di intraprendere questa strada, trovano infatti dinnanzi a sé difficoltà evidenti nell’approccio, in primo luogo, con il suo stesso sesso e in secondo, con il giudizio della società nel suo complesso.

Tramite le giuste distinzioni rileviamo dati differenti in base all’età, orientamento sessuale e collocazione geografica di coloro che maggiormente sposano questi nuovi stili di vita.

La generazione dei millennials risulta infatti più sensibile alle tematiche di attenzione alimentare, come le persone provenienti dal centro città e con un livello di istruzione più alto.

Gli uomini dichiaratamente eterosessuali rimangono invece più restii nel tentare l’avvicinamento a un cambio di alimentazione, pur diventando più attenti alla stessa.

La rivista scientifica «Plos One» ha pubblicato uno studio nel novembre 2022 basato sulle abitudini alimentari di 212 britannici constatando che una dieta vegetariana emette un 59% in meno di gas serra rispetto a una dieta ritenuta convenzionale. Secondo la media sviluppata, la dieta alimentare portata avanti dalle persone socializzate come uomini ha un impatto ambientale maggiore del 41% rispetto a quella delle persone socializzate come donne, principalmente per la differenza nel consumo di carne. Tale situazione viene egualmente rilevata dal Gruppo intergovernativo sul Cambiamento climatico (Ipcc).

L’ultimo studio individuale nazionale dei consumi alimentari francesi, pubblicato nel 2017, rileva che gli uomini mangino quasi il doppio della carne e il 50% di salumi in più rispetto alle donne.

Lo stigma sociale è ciò che condiziona moralmente queste scelte, in particolare nel nostro paese, in cui l’attenzione verso stili alimentari ambientalisti è ancora indietro rispetto al resto d’Europa.

Eurispes ha riferito infatti che nel 2022 i vegani sarebbe in calo rispetto al 2021, rimanendo solo l’1,3% della popolazione. 

Da cosa dipende questa sconfortante scoperta?

  • Dall’offerta: è sempre difficile trovare alternative vegane in ristoranti o caffetterie, contrariamente a ciò che accade in paesi come Germania e Austria.
  • Dal costo poco competitivo dei prodotti vegani che richiedendo una maggiore accortezza e lavorazione, finiscono per essere maggiormente costosi.
  • Dallo stigma sociale presente nel nostro paese nei confronti delle persone che si definiscono vegane o vegetariane.

L’analisi di questi tre elementi è stata approfondita differentemente all’interno degli Stati membri dell’Unione Europea, in cui la politica nazionale si è divisa tra una maggiore sensibilità tematica e paura del cambiamento.

In particolare, rimane memorabile l’affermazione della deputata di Europe Écologie Les Verts Sandrine Rousseau, che ha sostenuto, la necessità di un cambiamento di mentalità, affinché il consumo di una bistecca al barbecue non venga più visto come un simbolo di virilità. Questa frase, che ha agitato in particolar modo il popolo di Twitter nell’agosto 2022, ha permesso l’apertura di una discussione per parlare di mascolinità, transizione alimentare e salute pubblica.

«Sandrine Rousseau ha ragione, il barbecue resta un totem virile», scrive «Libération».

Sposare queste cause rappresenta una scelta non obbligata ma interessante da approfondire e scoprire attraverso delle lenti aperte ed inclusive.

Forse è il momento che il nostro paese impari ad abbracciare le novità, senza paura.

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