Pulvis et umbra sumus: Siamo polvere e ombra. Il poeta latino Orazio, inventore del carpe diem, ha incentrato la sua ricerca poetica sul sentimento della caducità delle cose e della fugacità del tempo. Dalla sua villetta in Sabinia, regalatagli dall’amico e protettore Mecenate, ha potuto osservare a distanza di sicurezza la caduta della repubblica e l’inizio del principato romano. Nel cantuccio accogliente e malinconico della sua poesia si scandisce l’esistenza umana come un umile avvicendarsi di amori fuggevoli, brindisi tra amici, gentilezze e fastidi, sorrisi e dispiaceri, luci e tenebre, e poi di nuovo luci, fino alla tenebra finale. La morte e lo scorrere del tempo sono infatti i temi principali delle Odi di Orazio.

Orazio, aureo e mediocre

Ph: romanoimpero.com

Quinto Orazio Flacco non fu un eroe, né un cantore di eroi. Non si tormentò in amori spassionati e folli come Catullo, non visse la persecuzione e l’esilio politico come Ovidio, e non venne ricordato come il poeta più dolce della lingua latina, come l’amico Virgilio, né venne scelto dai poeti delle età seguenti come guida per viaggi extramondani. Il primo episodio memorabile della sua vita è un atto di vigliaccheria. Arruolatosi tra le fila dei cesaricidi, partecipò alla battaglia di Filippi (42 a.C.), ma dopo qualche schermaglia gettò timidamente lo scudo e si diede alla fuga.

Salvato da un’amnistia, si mantenne con l’umile professione di segretario finché nel 38 a.C. non avvenne l’incontro che gli cambiò la vita. Virgilio, che già aveva composto le Bucoliche, gli presentò Mecenate, l’influente consigliere di Ottaviano, ora signore incontrastato di Roma. Mecenate apprezzò lo stile di Orazio e lo ammise nel suo circolo. Come dimostrano i suoi carmi celebrativi, il poeta aderì convintamente ai programmi di pacificazione e restaurazione di Augusto. L’abbandono delle velleità libertarie sembrò indolore per un uomo schivo, fragile, pieno di malumori e debolezze come lui.

Eppure questo piccolo cortigiano ebbe l’ardire di rifiutare, nel 25 a.C., la richiesta di Ottaviano di assumere il ruolo di suo segretario particolare. Curare la corrispondenza privata del princeps era un incarico di prestigio, che avrebbe fatto gola a molti. Ma Orazio non era un assetato di gloria, nella stessa misura in cui non era un vigliacco. Era un uomo che più di tutto bramava conquistare l’aurea mediocritas, l’equilibrio di una vita pacifica e disincantata. Era ben conscio che il tempo e la morte avrebbero fatto svanire tutti gli onori e le glorie, in cui non credeva, e anche tutte le amicizie e gli amori, in cui credeva molto, al punto da invitare di continuo il lettore a goderne, fino all’ultimo.

Morte e tempo nelle Odi di Orazio

Le Odi sono componimenti lirici divisi in quattro libri e ispirati, nei temi e nel metro, alla lirica greca arcaica, soprattutto quella Di Alceo e di Saffo. Il sermo utilizzato dal poeta è elevato, ma non sublime; dolce, ma non melenso; delicato e fine senza risultare inconsistente. I temi della raccolta sono quelli più tipici della sua personalità: la ricerca di pace, l’elogio delle modeste gioie quotidiane e della vita appartata di campagna, l’indulgente contemplazione delle vanità umane, il sentimento acuto del tempo che scorre e della morte che si avvicina.

Se siamo solo polvere e ombra (Ode VII, Libro IV) allora non conviene per l’uomo nutrire speranze immortali. Orazio in quest’ode invita l’amico Torquato a considerare l’avvicendarsi delle stagioni: il freddo che si mitiga agli Zefiri, la primavera che cede all’estate, che a sua volta morirà appena sbocceranno i frutti autunnali. La natura è in grado di rigenerarsi ciclicamente, garantendosi la sopravvivenza dallo scorrere del tempo. Al contrario l’uomo non sa se alla somma dell’oggi gli verrà aggiunto un domani: nulla gli è dovuto, tutto è da guadagnare e da godere.

Sed omnes una manet nox: a ciascuno di noi attende una stessa notte (Ode XXVIII, Libro I). A questa formula angosciosa di morte il poeta contrappone una massima che diventerà leggendaria: carpe diem. Cogliere l’attimo, credendo al domani quanto meno possibile, non è semplice epicureismo, o un abbandono agli istinti bestiali. Si tratta di un invito a considerare la brevità della vita, il tempo che corre, la presenza dell’attimo in cui si vive. Orazio ci suggerisce di non scrutare gli oroscopi babilonesi, perché l’inconoscibilità del futuro è la condizione prima e immutabile dell’esistenza, e forse l’unica cosa che la rende godibile, in qualche modo.

Lorenzo La Rovere

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