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Aprile 21, 2021, mercoledì

La mostra su Andy Warhol al Complesso del Vittoriano: da Andy “lo straccione” a Andy imperatore della Pop art

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Cosa si sarebbe inventato Andy Warhol nella nostra epoca multitasking che ci rende costantemente cannibali di necessità?

Possiamo immaginarlo con un suo smartphone a scattare innume-revoli foto condividendole su Facebook, avrebbe avuto un ulteriore upgrade” risponde Matteo Bellenghi, curatore della mostra su Andy Warhol che, dal 3 ottobre 2018 al 3 febbraio 2019, negli spazi del Complesso del Vittoriano-Ala Brasini, svelerà tutte le facce del re della pop art in occasione del novantesimo anniversario della sua nascita. 

Matteo Bellenghi ph: Valerio Sablone

Una mostra che parte dalle origini artistiche della Pop art: dalla serie Campbell’s Soup, minestre in scatola che Warhol prende dagli scaffali dei supermercati per consegnarli all’Olimpo dell’arte, alle serie sulla Coca-cola, su Marylin, su Elvis.

E’ il centro catalizzatore della cultura newyorkese degli anni sessanta, padre e figlio della pop art, Andy Warhol diventa simbolo di un’arte rivoluzionaria che anticipava già l’era dell’immagine in cui oggi viviamo e di cui abusiamo. 

Sono oltre 170 opere che tentano di riassumere l’incredibile vita di un personaggio che ha cambiato per sempre i connotati non solo del mondo dell’arte ma anche della musica, del cinema e della moda, tracciando un percorso nuovo e originale che ha stravolta in maniera radicale qualunque definizione estetica precedente. 

Ph. Valerio Sablone

Nella mostra non ci sono soltanto i ritratti delle più grandi celebrità del mondo della moda italiana, come Gianni Versace o Giorgio Armani, e non soltanto i suoi contatti nella sfera musicale, con i suoi contributi per i Rolling Stones e i Velvet Underground, ma anche i disegni, le polaroid degli incontri americani, l’avanguardia di un computer che sembra predire il dominio della nuova era. 

Andy Warhol: tra tutte le icone ritratte nelle sue opere la più grande era la sua firma, il segno di una vita rivoluzionaria che ha tracciato le reti della ragnatela di cui oggi siamo vittime e carnefici: l’immagine. 

E la mostra su Andy Warhol sarà, per questo, un racconto per immagini. Un percorso di volti che fanno dell’artista statunitense la faccia più influente dell’intera storia dell’arte contemporanea. 

Ph. Valerio Sablone

Ph. Valerio Sablone

Cosa avrebbe raccontato Warhol senza la conoscenza dei marchi Pierrier, Heinz, Campbell? Probabilmente nulla, oppure avrebbe percorso altre strade, altre fortune. L’istinto geniale, d’altronde, non lascia nulla al caso“, dice il curatore Bellenghi. E, allora, che immagine avrebbe avuto la pop art, la pubblicità moderna senza Andy Warhol? 

Tutto si riduce a: Before Warhol, After Warhol. Lo spartiacque rivoluzionario che ha orientato il manierismo pop, facendo dell’arte del cinema, della musica, della moda un’unica immagine. E’ la modernità da cui l’arte del business ha tratto i lineamenti contemporanei. Ma preferisco chiamarla avanguardia. 

 

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Se il talento è natura, il genio è rivoluzione: Andy Warhol ha fatto della sua natura la rivoluzione di un intero secolo. Non sta nell’avere nuovi mezzi, ma nel saper usare gli stessi in maniera nuova.

Andy Warhol si mostra in questa esposizione nella totalità di un’artista, uno di quelli che diceva che ognuno ha diritto a 15 minuti di celebrità. Eppure i suoi durano ancora. 

Sotto l’egida dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano e con il patrocinio della Regione Lazio e di Roma Capitale- Assessorato alla Crescita culturale, la mostra Andy Warhol è prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia in collaborazione con Eugenio Falcioni & Art Motors srl e curata da Matteo Bellenghi.

Rossella Papa

Photo: Valerio Sablone

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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