La solidarietà femminile, da sempre intesa come un’alleanza basata su un supporto reciproco, comprensivo ed empatico, si propone come strumento per contrastare le disparità di genere e superare le discriminazioni. Eppure, oltre la dimensione politica, esiste un nucleo più profondo: la volontà viscerale di offrire protezione e rifugio. In un contesto storico che cambia forma ma non contenuto, la donna ha dovuto e continua a dover lottare per una rappresentazione che non sia unidimensionale. Non è un’esigenza recente, ma un bisogno che attraversa i secoli. È l’arte stessa a dimostrarcelo, imprimendo questa unione attraverso immagini potenti e profondamente umane.

La solidarietà femminile con “The Women of Amphissa”: la consapevolezza del pericolo

The Women of Amphissa - Photo Credits Wikipedia
The Women of Amphissa di Lawrence Alma-Tadema, 1887 – Photo Credits Wikipedia

La tela di Lawrence Alma-Tadema raffigura le menadi (le seguaci mitologiche del dio Dioniso) durante il loro risveglio. La loro rilassatezza sul pavimento della piazza suggerisce una notte di eccessi. Per questa ragione, esauste e impossibilitate a ritornare nella loro città, si sono abbandonate senza preoccupazione alcuna. In primo piano notiamo alcune donne soccorrere le menadi, offrendo loro cibo per aiutarle a recuperare le energie. Le altre donne sullo sfondo, caratterizzate da una posa rigida, quasi statuaria, rappresentano una solida architettura di protezione.

«Temendo che le Tiadi venissero trattate in maniera disonorevole […] le donne di Amfissa si precipitarono tutte quante in piazza e le circondarono in silenzio, senza avvicinarsi a quelle che dormivano», così recita il passo del De mulierum virtutibus di Plutarco da cui è ispirato il soggetto dell’opera. Le donne, dopo aver atteso in silenzio il loro risveglio, hanno provveduto a soccorrerle e a scortarle fino al confine per assicurarsi che nessuno potesse fare loro del male. Non vi è alcun secondo fine nei loro gesti né nelle loro azioni. Così come non vi è sdegno o gelosia. Nel dipinto del 1887 riaffiora con morbidezza, come un abbraccio confortevole, il desiderio primordiale di protezione.

La solidarietà femminile con “Giuditta e Oloferne”: il desiderio di rivalsa di Artemisia Gentileschi

Giuditta e Oloferne - Photo Credits Uffizi
Giuditta e Oloferne di Artemisia Gentileschi, 1620 circa – Photo Credits Uffizi

La rappresentazione di solidarietà femminile nell’opera di Lawrence Alma-Tadema, distinta da una protezione silenziosa, si contrappone alla brutalità di Artemisia Gentileschi. A differenza del dipinto di Caravaggio, nel Giuditta e Oloferne della Gentileschi la solidarietà femminile è tutt’altro che morbida: è fisica, brutale e soprattutto umana. L’ancella (Abra) che accompagna Giuditta nell’uccisione di Oloferne non è spettatrice passiva, bensì parte attiva e centrale dell’opera. Abra ha le maniche rimboccate, i muscoli tesi e blocca con tutto il suo peso l’uomo per consentire a Giuditta di sferrare il colpo finale. Similmente, Giuditta raffigurata in altre versioni come disgustata e con le braccia tese per allontanarsi dagli schizzi di sangue, con Artemisia Gentileschi assume una forza nuova. Non vi è traccia di pentimento o dubbio sul suo volto e la visibile vicinanza con Abra trasforma quella violenza in un atto di liberazione.

L’opera nata dalle dita della Gentileschi, pur rappresentando un atto di liberazione politica, raffigura simultaneamente un atto di liberazione personale. L’artista dipinse Giuditta e Oloferne poco dopo il processo per stupro contro Agostino Tassi. Nonostante l’uomo fosse stato condannato per stupro, corruzione e diffamazione, il processo per Artemisia fu lungo e doloroso. Per verificare la veridicità delle sue accuse Artemisia fu sottoposta alla tortura della Sibilla, così definita perché «attraverso essa si credeva di ottenere la verità mentre le venivano spezzate le dita delle mani durante l’interrogatorio». Fu stuprata e successivamente umiliata in un processo che minò la sua stessa credibilità. Per questa ragione Giuditta e Oloferne rappresenta il desiderio di rivalsa. Niente morbidezza, solo sangue, muscoli tesi e la consapevolezza di una complicità fisica.

Un filo rosso che attraversa i secoli

La solidarietà femminile non ha un solo volto. Si mostra e si diffonde in modo differente, ma emerge nell’unico modo possibile: attraverso la consapevolezza univoca del senso di ingiustizia, discriminazione e paura. Nato dal senso di umanità e unione profonda, verso il raggiungimento di una parità bramata che attraversa i secoli. L’arte ce lo mostra: non è una battaglia nata ieri, ma sicuramente proseguirà anche domani.

Stefania Cirillo