Dal 5 marzo è ufficialmente al cinema il film La Sposa! – The Bride!, scritto e diretto da Maggie Gyllenhaal, attrice e regista statunitense, sorella di Jake Ghyllenaal, anch’egli presente nel film. La pellicola vede un cast di grandissima bravura, a partire dai suoi protagonisti Jessie Buckely e Christian Bale, seguiti da Ghyllenaal, Penelope Cruz, Peter Sarsgaard e Annette Bening. Analizziamo insieme un film senza confini, con tanti, forse troppi, elementi narrativi.

La sinossi ufficiale de La Sposa!

Un solitario Frank (Christian Bale) si reca nella Chicago degli anni Trenta per chiedere alla pionieristica scienziata Dr. Euphronious (la cinque volte candidata all’Oscar® Annette Bening) di creare per lui una compagna. I due riportano in vita una giovane donna assassinata, e così nasce La Sposa (Jesse Buckley). Ma ciò che segue va ben oltre ogni aspettativa: omicidi! Possessioni! Un movimento culturale radicale! E due amanti fuorilegge uniti in una storia d’amore esplosiva e incontrollabile! Nel cast anche Peter Sarsgaard, il candidato all’Oscar® Jake Gyllenhaal e la vincitrice dell’Oscar® Penélope Cruz. Il film è prodotto dalla regista e dalla candidata all’Oscar® Emma Tillinger Koskoff, Talia Kleinhendler e Osnat Handelsman Keren. I produttori esecutivi sono invece Carla Raij, David Webb e Courtney Kivowitz. Maggie Gyllenhaal dirige un film senza veli con la voglia di raccontare tutto il putrido e il meraviglioso di una donna che torna in vita, con qualcosa di terribile in sospeso.

Una sceneggiatura che cuce e disfa

Mary Shelley, deus ex machina di questa storia, è il volto fantasmatico iniziale, quello che apre questa narrazione. La scrittrice vittoriana ha un’aurea dark e parla direttamente allo spettatore annunciando che si insidierà nelle ‘crepe‘ di una nuova creatura: la sposa di Frankenstein, interpretata da una magistrale Jessie Buckely. La sceneggiatura presenta dunque una struttura escatologica di piani narrativi sovrapposti e dà vita ad una folla di personaggi, rendendo questo film un romanzo corale in cui perdersi è facilissimo. Come persa è la sposa, che dopo essere morta cadendo dalle scale e poi rinata, non sa più chi è.

La narrazione fin da subito si dilata e si contrae, cuce pezzi diversi di storia, fa balzi temporali in avanti e indietro, e poi si disfa con rallentamenti inattesi e impantanamenti di trama. Il film rischia così di perdere l’attenzione dello spettatore pur di essere fedele al mondo folle e a brandelli che La Sposa volutamente elegge.

L’anima sola di Frankenstein e l’abito da marionetta di Ida

Assistiamo dunque alla seconda nascita di Ida, come famosissima è un’altra rinascita, quella di Frankenstein, che nel film è avvenuta da circa un secolo, e che proprio da poco è stata narrata nel film Netflix di Guillermo del Toro. Questo Frankenstein, appassionato di cinema musical, tuttavia è un po’ diverso, perché è il 1936 e perché è stanco di essere solo, ormai da così tanti anni. Desidera una compagna, e la scienziata Dr. Euphronious. è l’unica che può dargli un’amica.

Ida, o come verrà ribattezzata, Penelope, torna in vita, ma niente è come prima. Assume le vesti, anche sartoriali, di una marionetta. E’ un’anima appesa ai fili di una maledizione, viene infatti fin da subito posseduta e così resta per tutto il corso del film. Per tale motivo questa è una storia di Possessione, da qualsiasi punto la si guardi: Ida è manovrata dalla scrittrice che le dà vita, da Frankenstein che si innamora di lei, dalla polizia che bracca i due mostri come famigerati killer, e infine dagli scagnozzi di un gangster che la vecchia Ida conosceva bene.

Se quindi Frankenstein è un buco nero, come si definisce lui stesso, senz’anima e senza affetti, Ida è una bambola di pezza, la cui natura satanica però minaccia di venire fuori presto e senza remore.

La saturazione di generi diversi

Il film scorre sovrapponendo generi narrativi diversi: il gangster movie, l’action, il body horror, il giallo, e persino il musical. Un miscuglio narratologico audace ma che rischia di far fare un’ indigestione di sapori, avvelenando per l’eccesso stucchevole di tematiche e personaggi.

Il film orchestra un enorme gioco da tavolo, con tanti personaggi, tante tematiche delicate, come quella del consenso. Il rammarico è che la somma di questi elementi non dia giustizia ad ogni singola tematica, e non renda merito agli elementi validissimi del film: l’interpretazione di Backley e Bale e l’uso delle tecniche sceniche rock punk, curate al dettaglio, dalle cicatrici profonde dei corpi agli abiti dei personaggi.

La macchia nera di un movimento culturale

La macchia nera che Ida porta sul viso, a causa della sostanza che la riporta in vita, è il tatuaggio di una nuova era, quella che forse non ha fatto i conti con il suo passato. Alle spalle della sposa scorre infatti una lunghissima storia di violenza, a danno delle donne che sarebbero state zittite e uccise. Il passato di queste vittime calcifica le ossa di Ida e la muove, in un vero e proprio movimento culturale.

Dotata di una spudoratezza vendicatrice di cui lei stessa si stupisce, Ida diventa icona pop-punk di un precoce movimento femminista, con una folla di seguaci, che la imitano tra le vie di Chicago. A metà tra un Joker al femminile e una Crudelia De Mon horror, questo personaggio si fa tanto giustiziera quanto femme fatal, in grado di ammaliare e di sparare a freddo.

Le intenzioni del film sono audaci, quasi riformistiche, ma non nascono davvero dal nulla. Oltre ai film già citati, La Sposa! ricalca altre donne guerriere del cinema horror, come Belle (Emma Stone) di Povere Creature, in cui la scienza e la mostruosità vittoriana allo stesso modo si incontrano per una lotta provocatoria e anti-sessista.

Nessuna donna che scappa, nessuna donna vittima, e nemmeno l’eroina sopravvissuta al mostro. Ida è essa stessa il mostro, con un carattere insopprimibile e sfrontatamente prepotente. Le intenzioni del film scritto e diretto da Maggie Gyllenhaal vuole mettere al centro la forza femminile ma in un apparato punk-horror che possa rilanciare la spettacolarità dell’orrifico ad una crociata senza scrupoli. Di qui anche la scelta di inserire scene di violenza, sia come molestia sessuale che come violenza omicidiaria.

La fotografia malata e i trucchi della morte

La fotografia giallastra elegge una palette cromatica che richiama la malattia, il pus, la necrosi, e riesce così a creare un mondo visivamente convincente. Valente anche il trucco prostetico per le cicatrici del corpo di Frankenstein, fondamentale per enfatizzare l’aurea drammatica del suo personaggio. Il film ha la sua punta di diamante tanto nel team scenografico quanto nel suo cast.

La miccia dell’esplosione è nascosta in ogni inquadratura, complice soprattutto la protagonista, la cui imprevedibilità d’indole tiene sospesa la tensione del film. Tuttavia non avviene nessun incendio ma un tragico disfacimento, a causa della saturazione eccessiva di elementi. Un’impresa, quella de La Sposa! coraggiosa, che mastica bene i modelli di Del Toro, Todd Philips, e di Yogor Lanthimos caricando a pallettoni una sceneggiatura che se fosse stata epurata di qualche fronzolo avrebbe avuto tutte le carte per fare centro nel suo intento.

Ciò che ci fa gioire è il fatto di star assistendo ad un nuovo movimento cinematografico: quello che promuove il neo-gotico, da Dracula a Frankenstein. L’horror si fa tecnicamente più pustoloso, più necrotico, più violento, e riesce comunque, miracolosamente, a custodire le più importanti riflessioni di cui il nostro Tempo ha bisogno.

Leggi anche il nostro articolo Frankenstein e Dracula: il fascino del neogotico.

Doriana Gatta