La scelta di rilasciare la sua prima intervista, nel ruolo di Segretaria Pd, al periodico mensile di moda Vogue, ha coinvolto Elly Schlein in una tempesta mediatica. L’armocromia, con annessa accusa di superficialità, ne è la determinante. C’è davvero tanto di cui stupirsi nell’apprendere che un politico si rivolga ad un consulente d’immagine per le sue apparizioni in pubblico?
L’intervista di Elly Schlein, un messaggio mistificato
Dell’intera, e lunga, intervista rilasciata a Vogue dalla neo-segretaria Pd Elly Schlein, durante la quale sono stati affrontati i temi più disparati, l’attenzione di molti si è focalizzata esclusivamente su una risposta che fatica ad arrivare ad una riga di testo completa. Il risultato è quello di aver fatto passare in secondo piano la questione del lavoro, il contrasto alla precarietà, l’emergenza climatica e anche l’appello alle nuove generazioni ad «essere parte del cambiamento, perché se non ti occupi della politica, la politica si occupa comunque di te». A questo punto è lecito domandarsi come Schlein sia giunta ad affrontare un argomento, definito dai più “scandaloso” per la sua frivolezza. Che l’estetica e la moda siano uno strumento di comunicazione, atte a veicolare un messaggio, non si scopre certamente adesso. Al giorno d’oggi si utilizza l’espressione power dressing, ovvero l’abbigliamento come strumento di potere, ma è bene specificare che si tratta di un concetto nato già negli anni ’50 con l’intento di attribuire maggiore autorità alle donne in una società tipicamente maschilista.
Il grido allo scandalo
«Non c’è leader che non abbia ceduto alle lusinghe di Narciso», ne sono un esempio il fazzoletto a quattro punte di Conte, le bandane di Silvio Berlusconi e tanti altri. Chi è convinto che nella Prima Repubblica le icone di leadership non badavano all’apparenza, rimarrà deluso dall’essere smentito. Francesco Cossiga, nonché ottavo Presidente della Repubblica, si legge su La Stampa, «disegnò personalmente la divisa del suo consigliere militare per risultare più elegante e autorevole».
Un dettaglio non stupisce però, che la maggior parte delle critiche rivolte alla Schlein provengano dal sesso maschile. «Mi sarei aspettato una conversazione sul salario minimo, o di una politica estera con i quotidiani stranieri, o una sui diritti civili» scrive Massimo Gramellini, temi che, per la cronaca, vengono affrontati nell’intervista. De Luca invece schernisce: «Se Schlein mi paga la metà, sarei in grado di proporre un risultato dal punto di vista cromatico migliore». Ancora, Oliviero Toscani commenta il servizio fotografico: «Quelle foto sono brutte, ha sbagliato chi l’ha vestita. Lei è una ragazza in Jeans». A questo punto, sarebbe opportuno riflettere su quello che è a tutti gli effetti un paradosso. Bisognerebbe domandarsi se siano stati più i commenti e il fatto di aver completamente distorto il contenuto delle parole di Schlein a risultare “indecorosi” e superficiali piuttosto che la «questione armocromatica», affrontata con marginalità dalla segretaria.
La replica: «non credo sia questo uno dei problemi del Paese»
«Sono colpita di vedere di vedere tutti appassionati alle questioni di colore» così esordisce ironicamente la segretaria Pd, replicando alle accuse. «Sono una persona che non capisce niente di abiti e di trucco, non faccio alcuna fatica ad ammetterlo. Non è mai stato il mio ambito. Non credo di essere l’unica in politica. La differenza semmai è tra chi lo ammette in trasparenza e chi non lo fa» dice Elly Schlein. Dopo aver fatto notare che non sono questi problemi del nostro Paese, conclude con un commento al vetriolo sul Def: «la maggioranza ha fatto una figuraccia – attacca Schlein – non sono pronti come dicevano di essere. Così rischiano di minare la credibilità del Paese».
Rossella Di Gilio
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