Esistono canzoni, nello sconfinato repertorio di Lucio Battisti, che fanno ormai parte del patrimonio culturale nazionale; brani struggenti e profondi, che consentono all’ascoltatore di viaggiare tra le proprie emozioni, grazie alla voce del cantautore di Poggio Bustone e alle parole di Mogol. Esistono, però, anche altre canzoni, che non hanno la minima intenzione di commuovere nessuno. Il loro obiettivo, celato ma non troppo, è raccontare il mondo per quello che è, con tutti i suoi pregi e, soprattutto, i difetti. A questa particolare categoria, senza alcun dubbio, appartiene Le allettanti promesse, quinta traccia dell’album Il nostro caro angelo.
“Le allettanti promesse”: il testo della canzone
Perché tu non vieni insieme a noi?
In paese fra la gente insieme a noi
In quella cascina così solo cosa fai
La domenica la messa finalmente sentirai.
No non mi va, preferisco restare qui.
Ho la vacca ed il maiale non li posso abbandonar così
Pompar l’acqua dal canale poco fieno nel fienile troppo da fare
Prepararmi da mangiare un’occhiata sempre all’orto
Quando è sera stracco morto mi diverto solamente a dormire.
Sì ma non è vita questa qua
Se ti compri il vestito della festa
Chissà potresti anche far girar la testa
E se poi non ci riesci
Appena fuori dal paese c’è la giostra.
No non mi va, preferisco restare qua.
Io in paese ci ho vissuto già qualche mese
Se di notte fai un passo con la lingua
Che è un coltello ti tagliano gli abiti addosso.
E se parli a una ragazza che è già stata fidanzata
Loro ti mettono due timbri: ruffiano e prostituta
E se qualcuno non difende i suoi interessi con le unghie e con i denti
È degradato ad ultimo dei fessi per non dire degli impotenti.
Avrai anche un dancing per ballare
E poi un biliardo per giocare.
No non mi va, molto meglio restare qua (avrai un’osteria dove tu puoi bere)
Non voglio entrare in mezzo all’invidia e la perfidia, non voglio stare (e poi il televisore da guardare)
A duellar fra gelosie sporche dicerie (potrai anche peccare se lo vuoi)
E bigottume delle dolci e care figlie di Maria
E la politica del curato contro quella della giunta
Tutti lì a vedere chi la spunta
E sorrisi e compromessi e fognature dentro i fossi.
No no io non ci sto
No no io non ci sto
Io non posso parlare solo di calcio e di donne
Di membri lunghi tre spanne non posso parlare
Di tutte le corna del droghiere
E dell’ulcera duodenale del padre del salumiere
Non posso parlare
Potrai un giorno avere anche dei figli
Per poi farli diventar così preferisco allevar vitelli e conigli.
Lucio Battisti, Mogol e la critica alla società falsa e perbenista
Apparentemente, la canzone è un semplice spaccato di vita rurale. Leggendo tra le righe, tuttavia, appare chiaro come il duo Mogol-Battisti prenda di mira la società contemporanea che, dietro una superficie di cortesia e convivialità, nasconde una cloaca di invidia, perbenismo e cattiveria spicciola. Ecco che, dunque, un’innocua festa di paese si trasforma in un’occasione d’oro per le malelingue, pronte a etichettare come “ruffiano” e, ancor peggio, come “puttana” chiunque differisca dalla loro retorica provinciale.
Cuore pulsante del brano è il coro delle donne del villaggio (le cui voci appartengono a Mara Cubeddu e Wanda Radicchi e a un interprete maschile non identificato). Il loro è un canto cadenzato, ripetuto, quasi come quello di una processione; provano a far leva sull’apparente solitudine del protagonista che, però, rispedisce al mittente con gentile ironia tutte le “allettanti promesse” a lui rivolte. Piuttosto che aver a che fare con “la politica del curato contro quella della giunta” e il “bigottume” nascosto da un sorriso condiscendente, è meglio rimanere nella fattoria, a prendersi cura del bestiame e di quell’orto che, con gentile insistenza, tutti i suoi compaesani provano a sbirciare, nonostante la sua ritrosia.
Mogol e Battisti ridono di quell’Italia vacua, fondata sul calcio, sulla chiacchiera da bar e sul giudizio dell’altro; la prendono in giro, la vivisezionano e la deridono con un umorismo sottile, ma affilato come un pugnale. Quel “no, non mi va” è molto più di un rifiuto: è un manifesto di libertà intellettuale, e una pernacchia educata, ma sonora, rivolta a tutte quelle persone che vorrebbero insegnarci come vivere. Con buona pace dei benpensanti.
Federica Checchia





