Il 5 marzo 1943, appena un giorno dopo Lucio Dalla, nel paese di Poggio Bustone, in provincia di Rieti, nacque Lucio Battisti. Il cantautore e polistrumentista è considerato uno degli artisti italiani più importanti del Novecento e, nonostante le battaglie legali portate avanti dalla famiglia, la sua discografia è ancora centrale nel panorama musicale nostrano.
Il sodalizio artistico e personale con il paroliere Mogol ha dato vita ad alcuni capolavori senza tempo; tra questi, c’è anche La collina dei ciliegi. Estratto dall’album Il nostro caro angelo, è il diciassettesimo singolo di Battisti. La canzone parla di due innamorati, ma la loro storia si declina in senso universale, e diventa un inno a trovare il coraggio di affrontare le asperità della vita, con la certezza che, in due, si possa far fronte a tutto.
Lucio Battisti: il testo de “La collina dei ciliegi”

E se davvero tu vuoi vivere una vita luminosa e più fragrante
Cancella col coraggio quella supplica dagli occhi
Troppo spesso la saggezza è solamente la prudenza più stagnante
E quasi sempre dietro la collina è il Sole
Ma perché tu non ti vuoi azzurra e lucente
Ma perché tu non vuoi spaziare con me
Volando intorno la tradizione
Come un colombo intorno a un pallone frenato
E con un colpo di becco
Bene aggiustato forarlo e lui giù, giù, giù
E noi ancora, ancor più su
Planando sopra boschi di braccia tese
Un sorriso che non ha
Né più un volto, né più un’età
E respirando brezze che dilagano su terre
Senza limiti e confini
Ci allontaniamo e poi ci ritroviamo più vicini
E più in alto e più in là
Se chiudi gli occhi un istante
Ora figli dell’immensità
Se segui la mia mente
Se segui la mia mente
Abbandoni facilmente le antiche gelosie
Ma non ti accorgi che è solo la paura che inquina
E uccide i sentimenti
Le anime non hanno sesso né sono mie
Non non temere
Tu non sarai preda dei venti
Ma perché non mi dai la tua mano perché?
Potremmo correre sulla collina
E fra i ciliegi veder la mattina (e il giorno)
E dando un calcio ad un sasso
Residuo d’inferno e farlo rotolar giù, giù, giù
E noi ancora, ancor più su
Planando sopra boschi di braccia tese
Un sorriso che non ha
Né più un volto né più un’età
E respirando brezze che dilagano su terre
Senza limiti e confini
Ci allontaniamo e poi ci ritroviamo più vicini
E più in alto e più in là
Ora figli dell’immensità
Una canzone per volare più in alto delle avversità
Il brano di Mogol e Battisti è un invito a lasciarsi andare e a non permettere che la paura di sbagliare vinca il desiderio di seguire la nostra strada. Attraverso la metafora del volo, più volte ricorrente all’interno del testo, i due protagonisti e, per estensione, anche gli ascoltatori, possono superare i pregiudizi e guardare oltre gli ostacoli. L’immagine della collina, dietro la quale si cela il sole e, dunque, la felicità, rimanda in qualche modo all’ermo colle di Giacomo Leopardi, confine del mondo da lui conosciuto e trampolino di lancio verso il dolce mare dell’infinito.
Il poeta si limitava a perdersi tra le acque inesplorate della vita solo con l’immaginazione; i due ragazzi de La collina dei ciliegi, invece, hanno una concreta possibilità di spezzare qualsiasi catena imposta dalla società e godersi la propria esistenza, liberi e senza timori. Poco importa se, ad un certo punto, uno dei due inciamperà; ci sarà l’altro a rialzarlo e a sostenerlo, per poi spiccare di nuovo il volo, insieme, «più in alto e più in là
Ora figli dell’immensità».
Federica Checchia
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