Le stanze di Tato Russo: gli anni del coraggio

Fino allo scorso 28 Luglio il suggestivo Castel dell’Ovo di Napoli ha ospitato “Le stanze di Tato Russo: gli anni del coraggio”, mostra dedicata al drammaturgo partenopeo volta ad indagare i lati più rappresentativi del suo percorso artistico.

Tato Russo presso la mostra a lui dedicata. Tato Russo
Tato Russo presso la mostra a lui dedicata

Ci ritroviamo erranti nel labirinto di stanze, guidati da voci familiari, ci addentriamo nei cunicoli della sua conoscenza: Tato Russo.

Divenuti d’un tratto osservatori spianti, ci appropinquiamo a sollevare i lembi di un’esistenza dove la vita e il teatro sembrano aggrovigliarsi, confluire nella medesima traboccante miscela.

E’ lo spazio antico di Castel dell’Ovo di Napoli a farsi scrigno di contemplazione, luogo di una mostra che, celebrando il regista teatrale Tato Russo, sembra evocarne i tratti più autentici e viscerali.

“Vi accompagnerà una voce, è la metafora della vocazione per questo mestiere che ho intrapreso fin dall’infanzia…” .

Articolato in stanze tematiche, il percorso rende ognuna di esse occhio profondo tramite il quale scrutare una storia, attraversare un’arte multiforme quanto talvolta inedita.

Tato Russo in scena. Tato Russo
Tato Russo in scena

Se nella stanza de “L’uomo” la memoria sopita pare risvegliarsi attraverso le lettere, gli scritti, gli oggetti di scena; se al suo interno i vecchi bauli, i costumi sfarzosi sono veicolo per l’evocazione di atmosfere lontane; nella stanza de “Il Teatro” rilievo indiscusso è quello della maschera di Pulcinella, interpretata più volte dall’artista napoletano.

Ma un altro spiraglio rimane da esplorare: è solo giungendo all’ultima stanza, quella de “Il Sogno”, che prende forma il guizzo visionario, il sussulto poetico, la musica.

Non solo uomo di teatro ma musicista, attore, poeta, Russo dichiara infatti la scrittura di circa milleseicento poesie, fra i cui versi la rabbia si autoproclama motore vitale, spinta trasversale.

Mettendo in atto con il mezzo poetico un rapporto duplice, egli tende ad orientare i suoi scritti verso due divergenti direzioni: se da un lato la “foresta delle polemiche” si rifà alla poesia invettiva, dall’altro il “bosco” raccoglie gli elaborati più brevi così pensati per essere accompagnati dall’eco del suono.

E ancora: “io sono tutto ciò che non vedrete”, è affermazione criptica solo all’apparenza al di là della quale si fa invece spazio la sotterranea consapevolezza di tutto ciò che, a partire dagli anni Settanta mosse le scelte del drammaturgo rivelandone il traboccante coraggio.

Muovendosi entro anni difficili il partenopeo elegge il Bellini come teatro prediletto con il preciso intento di non farne mero spazio, ma strumento ad uso dell’immaginazione; luogo evocativo è invece oggi il castello ed è all’interno dei suoi cunicoli, delle sue mura che fino al 28 Luglio si realizza un percorso labirintico, che verso scorci inediti direziona i nostri sguardi.

Giorgia Leuratti

© RIPRODUZIONE RISERVATA