Texas, anni 50. Dopo il ripetersi di episodi raccapriccianti intorno alla tenuta dei Sawyer, lo sceriffo locale Hal Hartman, personalmente coinvolto in una delle tragedie, decide di darci un taglio.Toglie quindi alla custodia della matriarca Verna la custodia del giovane Jed, che viene rinchiuso in un ospedale psichiatrico.

Dieci anni più tardi, alla prima occasione utile Jed riesce a evadere da quel luogo di tortura insieme ai compagni di sventure Bud, Ike e Clarice prendendo in ostaggio la giovane infermiera Lizzy. In fuga direzione Messico, quel gruppo di folli e sventurati lascerà una lunghissima scia di sangue dietro di se. E pianterà inconsapevole i semi per la nascita di Leatherface, uno dei boogeyam più brutali della storia del cinema.

“Leatherface”: chi non muore si rivede

C’è stato un momento, intorno alla seconda metà degli anni zero, in cui sembrava che dalla Francia potesse arrivare quella tanto sospirata nuova generazione di registi horror. Una manciata di nomi capace di dare una reale evoluzione a un genere sostanzialmente condannato a ripetere se stesso all’infinito. Alexandre Bustillo e Julien Maury facevano parte di quel gruppo giovane, creativo e desideroso di muovere i passi dal pantano in cui erano immersi i colleghi. Il loro “A l’intérieur” (2007) era materiale feroce, disturbante ed esteticamente elegante, che partiva da alcune soluzioni narrative conosciute per addentrarsi dentro altro. Horror decisamente estremo capace di toccare corde ancora intonse tramite l’unione di forma e (nuova) sostanza.

La speranza che il lavoro di quegli anni  e di quegli autori potesse germogliare in altro rimase solo una pia illusione. I due registi non seppero mai ripetere lo slancio creativo del proprio esordio, accontentandosi di nuove produzioni più sui generis e mai particolarmente a fuoco. Il loro “Leatherface – il massacro ha inizio” li riconduce definitivamente all’ovile della più convenzionale soluzione della cinematografia horror. Quella che in mancanza d’altro si è tenuta in piedi con la dieta sicura di remake, spin off, prequel e quant’altro.  Quel che è certo è che dare una storia di formazione a uno dei boogeyman portanti dell’immaginario horror, così assoluti e autodeterminati sin dalle loro prime apparizioni, rimane una brutta e discutibile gatta da pelare. Ne sa qualcosa Rob Zombie, che con il suo “Halloween” ha provato a spiegare ragioni che nessuno aveva davvero necessità di conoscere ed è stato preso a pesci in faccia, nonostante l’esito dignitoso di una sfida improba.

Lascia stare i santi

Scritta dall’esordiente Seth Sherwood, la pellicola di Bustillo e Maury riesce a fare decisamente peggio dell’analogo progetto zombiano. Non che i due non sappiamo più essere feroci nelle messe in scena più estreme, di cui la pellicola è intrisa fino al parossismo. Ma senza una solida struttura narrativa tutto si riduce a sequenze di violenza grafica gratuita e sostanzialmente vuota, pura pornografia horror fine a se stessa. La debolezza della sceneggiatura di Seth Sherwood è immediata. Tra recuperi pedissequi di soggetti altri – l’intera parte centrale del film pare scippata di peso a “Natural Born Killers” –  e characters zombiani – il personaggio di Hal Hartman è lo stesso sceriffo de “La casa del diavolo” – puzza tutto di già visto, e in veste migliore.

Un po’ poco per un modello di tale portata. Nulla rimane della spaventosa sintesi di straniamento e brutale follia che fece la fortuna di Tobe Hooper, qui produttore esecutivo. La stessa ambientazione nel Texas rurale, perfetto micromondo per la degenerata banda di folli della pellicola originale, è ridotta a mera scenografia di contorno per qualche battuta ad effetto che vorrebbe forse essere tarantiniana ma risulta semplicemente forzata. Un patchwork di modelli alturi assemblati alla mano peggio. La sceneggiatura prova anche a mischiare le carte rispetto alla effettiva identità del futuro Leatherface, ma rimane una buona idea affogata nell’approssimazione e incuria. Quintalate di gore e sesso appena c’è l’occasione. Come quella cara vecchia scuola anni 80 che quantomeno aveva una profonda venaautoironica a legittimarne gli eccessi senza senso. E non aveva la presunzione di voler scrivere la storia dei propri modelli.

Andrea Avvenengo

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