Cinema

Rob Zombie e il cinema: un matrimonio che s’aveva da fare

A posteriori è sembrato tutto molto naturale: conclusa nel 1998 la quindicennale carriera con i White Zombie, figli dell’amore del proprio indiscusso leader per la musica estrema quanto per l’immaginario horror, passerà solo una manciata di anni prima che Rob Zombie si butti a capofitto nel mondo del cinema, lasciando il proprio, distinguibile segno anche lì.

L’esordio sul grande schermo è targato 2003: e se non è col botto, poco ci manca. “La casa dei 1000 corpi” arriva in sala in un periodo in cui il  panorama horror, tolte alcune eccezioni, è condannato a morte per lenta asfissia creativa. Rob Zombie, regista e sceneggiatore, non aggiunge al pentolone alcun ingrediente davvero innovativo, ma rimescola in maniera estremamente godereccia e anarchica più di cinquant’anni di tradizione horror.

Rob Zombie e il cinema: da un fan per i fan

Bombarda uno scheletro narrativo che deve quasi tutto alla lezione di “Non aprite quella porta” di suggestioni pop, citazionismo da b-movie, caos narrativo e protagonisti larger than life che diventano immediatamente iconici, Cpt. Spaulding/Sid Haig su tutti. Un tributo brutale, folle e godibilissimo di un fan prima che di un addetto ai lavori, che mescola alle tradizionali meccaniche del genere quanto imparato in anni di militanza nel music business con i suoi White Zombie, di cui ha spesso diretto i video: violenti frammenti visivi e fotografici figli della cultura del videoclip e soluzioni narrative che, soprattutto nella seconda parte, fanno che la pellicola prenda il largo verso lidi quasi del tutto visuali.

Un horror, in questo senso, decisamente post-moderno.  Quasi a voler dare ascolto a quanti contestavano un eccessivo caos narrativo e formale al suo esordio cinematografico, per il secondo lavoro, datato 2005, Zombie  cambia del tutto le carte in tavola: “La casa del diavolo”, sequel ufficiale de “La casa dei 1000 corpi”, è un drammatico bagno di realtà. Basta soluzioni fumettistiche e grottesche, eccessi visuali e corti circuiti narrativi: i tre villains reduci dal prima episodio sono ora animali in fuga, braccati dalla legge e da un destino che si avvicina a lunghi passi.

Rob Zombie e il cinema: il decollo

Nessuno ha più voglia di ridere e il trucco da clown di Cpt. Spaulding è solo un lontano ricordo: il mood adesso è quello angoscioso e apocalittico della grande tradizione americana del road movie, del western, del gangster movie declinati in salsa horror. Il lavoro di Zombie in cabina di regia è consequenziale, e il nostro all’overdose di sovraesposizioni e nevrosi al montaggio sceglie un approccio decisamente più classico e narrativo; la fotografia adesso è livida, asciutta e inquadra una vicenda formalmente molto più convenzionale. L’ennesima sfilata di grandi caratteristi dell’horror (Ken Foree, Michael Berryman, William Forsythe) corona una prova di maturità horror che Zombie supera a pieni voti: le porte delle grandi produzione ora gli vengono spalancate.

Prima con il fake trailer di “Werewolf Women of the SS”, ennesimo tributo alla tradizione che Zombie inserisce in quell’arcipelago promozionale che anticipa l’uscita del double feauture “Grindhouse” della coppia Tarantino/Rodriguez; poi con l’incarico di girare il reboot/remake della saga di Halloween. In compagnia della compagna Sheri Moon (presente in ogni pellicola del regista), Zombie mette in scena gli anni di formazione del boogeyman Michael Myers, rimescolando elementi già presenti nell’originale, ad altri aggiunti da Carpenter in un secondo momento causa veti censori, a intuizioni personali: il risultato è convincente e godibile, forte dell’ormai affermata capacità del regista di dare credibili rinfrescate al sacro materiale del genere horror.

Il duro atterraggio

Il sequel del 2009 “Halloween II” inizia invece a mostrare i primi, inquietanti scricchiolii. Questa volta il solito gioco della riproposizione del classico non funziona a dovere, così impegnativo com’è nel mettere mano a un patrimonio filmico lungo decine di pellicole. Film più di mestiere che di sostanza, rappresenta nei fatti il primo (mezzo) passo falso del regista. La penserà allo stesso modo anche il pubblico che ne decreterà al botteghino un discreto insuccesso, interropendo di fatto l’idea dei fratelli Weinstein di dare vita a una vera e propria saga di Halloween ex novo. E’ in quest’ottica che va valutato il successivo “The Haunted World of El Superbeasto”, film d’animazione dello stesso anno che mette assieme luchadores messicani, zombie nazisti, Satana e scienziati pazzi. Zombie ritorna a ciò che gli riesce meglio, per quello che è più un gioco autoreferenziale, pur piacevole, che un lavoro davvero significativo.

Passeranno tre anni prima che Zombie rimetta mano alla cinepresa, convinto una volta per tutte ad alzare il livello e il coraggio della propria proposta: “Le streghe di Salem” (2012) è l’evoluzione definitiva dello Zombie-regista, sempre ancorato a un certo citazionismo ma del tutto concentrato su una proposta horror immensamente più sottile, svestita di ogni forma di violenza eccessiva e dedita alla folle ambizione di “unire Ken Russell a Shining” come ebbe modo di dichiarare. Sfrenata visionarietà, l’altissimo unito al bassissimo come mai prima, un evidente riferimento a una scuola horror dei 70, anche italiana, che all’impatto diretto preferisce l’intrusione sottopelle: uno Zombie mai così personale e lontano dalle dinamiche da multisala, megalomane ed eccezionale nel mettere su pellicola tutto quanto senta sia necessario, per quanto ambizioso, eccessivo, pretenzioso e poco vendibile possa essere. La pellicola dividerà la critica e disgusterà il pubblico, tanto da decretarne il fallimento su tutto il fronte, e con essa l’estrema visionarietà dello Zombie regista libero da guinzagli.

Le ultime produzioni

Passeranno quattro anni prima del suo ritorno alla regia, e con “31” (2016) Zombie farà una nemmeno così incredibile retromarcia verso un prodotto decisamente più vendibile, pur senza alcun sacro fuoco ad alimentarlo: “31” è l’ennesima variazione sul tema classico, con una sceneggiatura ridotta all’osso e il pieno di carneficine e passerà sotto un discreto, meritato silenzio. Riuscirà comunque a fare peggio: “3 from Hell” del 2019 è la sua definitiva dichiarazione di resa alle regole di mercato. Resuscitati i tre infami protagonisti dei suoi film più amati, indiscutibilmente morti nella grandiosa scena di chiusura de “La casa del Diavolo”, Zombie mette in scena un terzo capitolo low budget della saga fiacco e pretestuoso, tutt’altro che necessario ed estremamente deludente.

Andrea Avvenengo

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