L’ex primo ministro dell’Ungheria, Viktor Orbán, ha detenuto l’incarico complessivamente per venti anni. È stato al potere dal 1998 al 2002, per quattro anni. Poi, dal 2010 al 2026, guidando quindi il Paese per ben sedici anni ininterrotti. Le elezioni svoltesi ieri 12 aprile hanno messo un punto al suo governo, segnando ufficialmente la sua sconfitta elettorale. Quella che viene definita come la fine di un’era, non rappresenta solo un cambio di leadership nazionale. Segna congiuntamente anche un passaggio politico significativo per l’Italia e per le destre europee.
Con la sconfitta di Orbán cosa cambia per Meloni e Salvini?
Non è un mistero che per la premier Giorgia Meloni e Matteo Salvini Budapest abbia rappresentato un punto di riferimento politico stabile e un alleato strategico importante. La situazione assume invece una sfumatura differente per il caso di Forza Italia (FI). La formazione di centro-destra, a causa della collaborazione con partiti ideologicamente vicini a Orbán, non ha mai condannato platealmente l’ex primo ministro. Nonostante ciò, tenendo conto di un atteggiamento estremamente prudente, FI ha sempre evidenziato la necessità di mantenere un rapporto saldo con le istituzioni dell’Unione europea. Le prese di posizione, considerate generalmente più europeiste e atlantiste (pro-NATO), si sono concretizzate nel sostegno all’Ucraina e nel richiamo al rispetto dello stato di diritto.
Che rapporto intercorreva tra l’ex primo ministro ungherese e il governo Meloni?
La presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni, invece, ha costruito nel tempo un rapporto estremamente solido con Orbán. Entrambi, infatti, hanno una visione allineata sulla centralità della sovranità nazionale, sulla difesa dei confini e su alcune dinamiche europee. Gli incontri avvenuti sia a Palazzo Chigi che a Bruxelles non hanno fatto altro che rafforzare un dialogo bilaterale sull’industria, l’energia e i flussi migratori. Il rispetto reciproco è sempre stato evidente.
L’ex primo ministro ha definito in più occasioni Meloni come una leader «coraggiosa» e vicina alla sua idea di Europa. Come molti ricorderanno, anche in momenti di elevata tensione tra Budapest e Bruxelles, la premier ha sempre mantenuto aperto un canale politico con l’Ungheria. Nonostante gli evidenti punti in comune, sono emersi nel tempo anche contrasti importanti. Primo tra tutti la guerra in Ucraina. A differenza di Orbán, il governo guidato da Meloni ha mantenuto una linea atlantista e a sostegno di Kiev.
Matteo Salvini, il vicepresidente del Consiglio dei ministri, ha alimentato nel tempo un rapporto più esplicito eleggendo Orbán a proprio punto di riferimento politico. Già in passato, anche durante il governo Conte, il leader della Lega si era recato a Budapest per incontrare l’allora primo ministro ungherese. In quell’occasione, così come in seguito, ha indicato Orbán come modello per le politiche migratorie e per la difesa dei confini. Entrambi hanno assunto la stessa posizione in merito alle sanzioni europee e all’approccio verso la Russia, cercando di costruire un asse sovranista in Europa.
Le reazioni all’imminente transizione politica
La sconfitta di Viktor Orbán assume anche un’importanza geopolitica. La Russia, in questo momento, ha perso una vera e propria punta di diamante. I media russi hanno evidenziato come la sconfitta del leader ungherese rappresenti una battuta d’arresto. In Italia, invece, viene indebolito un asse politico che impone una necessaria ridefinizione degli equilibri.
Le reazioni delle opposizioni, ovviamente, non sono tardate ad arrivare. La leader del partito democratico Elly Schlein ha affermato: «Il tempo dei sovranismi e delle destre sovraniste è finito. Hanno vinto la libertà, la democrazia e la voglia d’Europa». In linea anche la reazione di Matteo Renzi, presidente di Italia Viva, che ha parlato di una transizione simbolica: «Dopo sedici anni Orbán va ko… Vince l’Europa, perdono i MAGA».
Stefania Cirillo




