Sembra un paradosso dire che un uomo mascherato possa apparire visibilmente emozionato. Eppure, ieri sera al Maradona di Napoli, LIBERATO non ha fatto nulla per nasconderlo. Chi lo aveva visto qualche anno fa a Piazza del Plebiscito lo aveva trovato molto più a suo agio; Fuorigrotta invece ha fatto tremare le gambe anche a lui. Si è visto all’inizio del concerto, arrivando anche a confondersi un po’ con le parole, ma anche durante il set acustico, un momento cercato per rimanere da solo con il suo pubblico. Lo ha ammesso in quel silenzio, girando gli spartiti visibili sul piano, quasi a testimonianza di una paura umana di sbagliare tutto, e ripetendo incredulo di essere in quel tempio: «Prima mi chiedevate canzoni come Pino Daniele. Ne ho fatta di strada, vero?», ha detto, con un riferimento non troppo velato a un passato che non gli permetteva di esprimersi al massimo.

Sì, ne ha fatta di strada da quel concerto alla Rotonda Diaz di otto anni fa. Quello di ieri sera è stato il culmine del percorso, la chiusura di un cerchio nel luogo più bramato, davanti a un Maradona che contava 45mile persone e che ha risposto con il boato delle grandi sere di Champions League o di quelle notti storiche da scudetto. È la manifestazione di quella fede laica che accompagna ogni napoletano quando varca i cancelli di questo stadio.

LIBERATO a Napoli: una città distopica

Lo show riflette esattamente l’identità della sua musica, una Napoli distopica sospesa tra passato, presente e futuro. Sul mega-palco sotto la Curva B, l’animazione immersiva sugli schermi fa esattamente la stessa cosa: ponti tra reale e virtuale, immagini che rimandano a un passato lontanissimo ma anche a scenari futuristici. Una Napoli lontana dai soliti stereotipi, più vicina alla sua vera essenza, quella sfuggente. Un po’ come lo stesso artista che ieri calcava quel palco.

Anche i colori cambiano. Il nero predominante dei primi anni lascia spazio al bianco, all’azzurro e all’oro. È la tradizione che si sposta in avanti, sfuggendo a una definizione precisa, ma testimone di una transizione che dimostra meno bisogno di nascondersi e più spazio per una forma di speranza, di apertura. È la trasformazione cromatica di una persona che non si vede, ma che ieri sera era semplicemente impossibile da non vedere.

Si balla, ci si diverte, si pensa anche alle storie passate con malinconia, sì, ma anche con immenso piacere. Tra cori e sudore, si percepisce la voglia disperata che questa festa non finisca mai, che non si debba tornare a casa a fare i conti con la realtà complessa che spinge fuori dalle mura dello stadio. È qui che LIBERATO lancia il suo messaggio più umano, indicando il suo pubblico: «A destra e a sinistra, quelle sono le persone che dovete difendere». Un richiamo che si salda alla perfezione con la quasi chiusura del concerto. Sulle note di ‘O core nun tene padrone, tra i coriandoli e i fuochi d’artificio, quel «…a difendere te» diventa l’ennesima lettera d’amore per la sua città: «Napoli, senza di te non sono niente. Questo è per te».

Una firma che sa di promessa mantenuta. Da ieri sera, quel legame non ha più bisogno di essere spiegato: il cerchio si è chiuso davvero. Adesso LIBERATO può tornare a essere, semplicemente, Napoli.

Camilla Golia

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