Lies of P Recensione | Lies of P è un soulslike importantissimo, non solo perché è divertente e funziona praticamente sempre. Il videogioco coreano di Neowiz Games, sviluppatori alla loro prima esperienza fra l’altro, è fondamentale perché dimostra ancora una volta che un videogioco derivativo non per forza è privo di anima o identità.
Il mondo lovecraftiano dei cacciatori…

Partiamo dalla somiglianza più evidente, quella estetica e in un certo senso anche tematica tra Lies of P e Bloodborne. Il mondo vittoriano steampunk di Krat e dintorni è infatti meravigliosamente decadente e oscuro, quasi come se la città fosse gemellata con Yarnham. Persino il fatto che gli esseri cosmici siano stati sostituiti da burattini di varia taglia e tipologia non riduce la vibe lovecraftiana che si respira tanto nel capolavoro di From Software, quanto tra i vicoli bui del centro dis-abitato. Lies of P ci lancia infatti nel centro dell’Uncanny Valley: la parte di massima depressione in un grafico inventato nel 1970, che definisce quanto come umani ci sentiamo affini agli esseri umanoidi.
E’ impossibile sentirsi al sicuro nei diversi, disumanizzati luoghi di P, ricchi di grotteschi dettagli e grondanti lore. Sono ambienti alieni, dove l’orrore dei tentacoli umidi e delle creature distorte e cronenberghiane, i nemici dei cacciatori, viene emulato da meccanismi arrugginiti e pupazzi senza testa o mutilati. Che strisciano sinistri trascinandosi dietro fili spezzati e colando olio nero dalle giunture. La direzione artistica del piccolo studio coreano ci ha davvero stupito. C’è una comprensibile ripetitività di fondo nell’enemy design, che si insinua nel giocatore quando si accorge di avere intorno solo “puppets”. Sopperiscono più che bene la varietà di moveset e armamenti per ciascuno, nonché ovviamente le caratterizzazioni dei luoghi e delle situazioni proposte.

Ma il mondo di Lies of P non è tutta apparenza e la validità artistica delle sue mappe alla From Software nasconde una complessità di design galvanizzante. Niente Open World, piuttosto un mondo fatto di mappe e aree interconnesse e intrecciate tramite shortcut sensati e sempre molto graditi. La verticalità non manca, sotto forma di passaggi sui tetti e semi-platforming in bilico su assi di legno, impalcature e cornicioni. Che Souls sarebbe, in fondo, senza scale a pioli? Insomma, i panorami decadenti sia notturni che diurni, le musiche, il design delle mappe e la modularità degli equipaggiamenti, così come la sensazione di essere solo “burattini” nelle mani di poteri molto al di là di noi sono elementi parecchio Bloodborniani. Però, lo sono nel modo migliore possibile e senza ledere all’unicità del setting narrativo.
L’atmosfera che si respira lungo ognuna delle 30 ore (minimo) necessarie per arrivare a uno dei tre finali è straordinariamente evocativa, infatti, anche grazie alla fantasia con cui sono stati messi in scena i protagonisti dell’opera di Collodi. Non vi spoileriamo nulla, vi basti sapere che Geppetto è diventato una sorta di Tony Stark steampunk, e che il nostro personaggio è speciale. P è l’unico burattino in grado di mentire, ma sta a noi decidere quando e se debba farlo, quando il gioco ci presenta l’occasione in appositi dialoghi chiave. Siete però pronti ad accettarne le conseguenze ludiche, ma soprattutto narrative? Vari NPC sono pronti a spingerci verso la verità o la menzogna, ora sospetti e guardinghi, ora pronti a raccontarci le loro vicende strappacuore. E non sempre una dichiarazione mendace porta a conseguenze spiacevoli…

Ovviamente, ogni sforzo creativo sarebbe stato vano senza l’ottimizzazione tecnica garantita ed eccezionale su ogni tipo di hardware. PS5, dove abbiamo provato Lies of P, gestisce tutto a meraviglia: il sistema di illuminazione dinamico, l’HDR e fino a 60fps se scegliamo l’opzione grafica che massimizza le performance. Le altre due modalità, la bilanciata e la “quality”, si fermano a 40 e 30fps rispettivamente. Tuttavia, selezionandole il colpo d’occhio non migliora così tanto da giustificare la perdita di fluidità.
…e il tempismo perfetto del Lupo

Il sistema di sviluppo del personaggio e le dinamiche di combattimento sono un ibrido riuscitissimo di tutto il sapere “FromSoftwariano”. Come da titolo di questa recensione, tuttavia, uno stile su tutti ci è sembrato portante in Lies of P: quello di Sekiro: Shadow Die Twice. La freneticità dei colpi inferti e subiti, l’alternanza di sferzate e deflessioni, schivate e side step è evidentemente basata sulle capacità del lupo. Inizialmente quasi si fatica ad accorgersi di quanto sia fondamentale il gameplay di parate e risposte leggere, pesanti e caricate.
Basta l’incontro con il primo Boss per suggerirlo: un mecha grande più del doppio di noi e altrettanto massiccio. I suoi pugni si susseguono rapidi uno dietro l’altro, cambiando ritmo all’improvviso: veloci, più o meno caricati, a distanza ecc.. Quando cambia fase a metà vita, poi, estraendosi la testa dal corpo e usandola come un martello, diventa ancora più pericoloso e bello. L’ampio raggio e la frequenza però rendono quasi impossibile evitarlo e non lasciano altra scelta se non rispedire tutto al mittente. Tanto più che dopo un tot di parate perfette, eseguite cioè in una brevissima finestra temporale, la barra della salute nemica lampeggia di bianco: significa che non ha più equilibrio. Se eseguiamo un attacco caricato abbastanza pesante prima che smetta, Boss o mob comune che sia lo stordimento e potremo esibirci in una finisher potentissima.

Un’altra somiglianza è l’arto sinistro meccanico di P, capace di cambiare forma e adattarsi a diverse funzioni proprio come quello del ronin nipponico. Ironicamente (forse non a caso) il primo power up che sblocchiamo per il braccio è un rampino, che tuttavia possiamo usare solo sui nemici di taglia piccola per attrarli a noi. Oppure su quelli più grandi di noi, verso i quali verremo invece trascinati. Lasciamo a voi scoprire tutti gli altri numerosi attrezzi che otterremo esplorando con cura le mappe. Tuttavia è l’arma principale tenuta nella mano destra il vero “game changer”. È composta da due parti, un’impugnatura e un corpo, che può essere una lama, un oggetto contundente o altro. I pezzi si possono montare e smontare a piacimento, combinandoli per variare moveset e sbloccare mosse speciali utili.
Queste ultime sono molto più potenti dei normali colpi ma consumano punti fiaba, praticamente del mana. La stessa “valuta” azzurra è contenuta nelle boccette curative in dotazione, per questo dopo aver inflitto abbastanza danni è persino possibile riempirle. Tuttavia è un procedimento così lento da essere poco sfruttabile, se non in rarissime occasioni o durante qualche lunga contesa con Boss più coriacei. Molto meglio concentrarsi sulla difesa, deflettere e parare per imparare il tempismo e poi, alla bisogna, salire di livello con l’ego (le anime dei Souls) accumulato.

Una volta entrati nell’hub centrale è lì che troveremo la “Fata Turchina” Sophia: praticamente la maiden di Elden Ring, per citare un esempio recente, attraverso cui aumentare le statistiche più adatte alla build che stiamo costruendo. In pieno stile Souls stavolta, e non come in Sekiro. Anche stavolta, infine, la tecnica viene in aiuto della componente creativa e del gameplay di combattimento. La responsività dei comandi, completamente personalizzabili, è fulminea, molto migliorata rispetto alla Demo rilasciata questa estate.
Lies of P in conclusione: una prima prova eccellente

Lies of P è iper conservativo, conscio del fatto che il segreto di From Software per realizzare Souls sempre soddisfacenti è non variare troppo la ricetta di base. Perchè, dunque, gli sviluppatori di Neowiz Games avrebbero dovuto tentare la sorte con variazioni troppo marcate, se è dimostrabile che i Souls migliori sono quelli più aderenti alla fonte? Lungi da noi dichiarare che P sia protagonista di una mera “copia” senz’anima: non è così. Semplicemente, Lies of P è pieno di elementi unici puntuali e di spunti artistici e tematici interessanti. Però sono sempre coerenti con il materiale di base da cui prende avidamente ispirazione. Il risultato è un prodotto che alcuni hanno definito e definiranno sempre erroneamente “plagio”, solo perchè chi lo ha creato ha scelto di aderire a uno stile videoludico preciso per raccontare la propria visione.
La missione è riuscitissima: Lies of P è equilibrato e impegnativo, artisticamente ispirato e persino, nonostante i profondissimi cambiamenti, rispettoso della storia scritta da Collodi. Non diversamente da Geppetto, che ha voluto imitare con la sua arte la forma del bimbo tanto desiderato, finendo per infondere vita al legno di cui era composto, anche questo Soulslike è figlio di un sogno e di un desiderio: raggiungere, anche solo avvicinarsi alla maestria di From Software. Combattendo sul medesimo terreno, senza trucchi. Nonostante qualche minimo inciampo, la stella magica pare aver esaudito la richiesta.
LIES OF P RECENSIONE
Testato su PS5 (Disponibile anche su PC, Xbox Series X|S e abbonamento Microsoft GamePass)
VOTO 8.9
+Level design eccellente, quasi da From
+Sistema di combattimento veloce e soddisfacente
+Comparto artistico ispirato…
+…e impalcatura tecnica solida
-L’enemy positioning a volte è un po’ sbilanciato
-Qualche nemico umano o mostruoso in più non avrebbe guastato
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