Cinema

“Lo chiamavano Jeeg Robot”, stasera in tv l’opera prima di Gabriele Mainetti

Mentre attendiamo l’ormai prossimo rilascio di “Freaks Out“, ora in concorso al 78° Festival di Venezia, stasera su Rai Movie troviamo il debutto alla regia di Gabriele Mainetti: “Lo chiamavano Jeeg Robot“. Un’opera prima pluripremiata, com’è questa, carica di aspettative il secondo lavoro di Mainetti che viene presentato al Festival proprio nella giornata di oggi.

La storia del problematico supereroe romano, giunta nelle sale nel 2015, si è infatti aggiudicata nell’anno successivo molti dei premi più prestigiosi del panorama cinematografico italiano. Si vedano gli 8 David di Donatello, i due Nastri d’Argento, un Globo d’Oro, i 4 Ciack d’Oro e infine il premio Ettore Scola al Bari International Film Festival.

Trailer de “Lo chiamavano Jeeg Robot” (2015)

“Lo chiamavano Jeeg Robot”, non solo supereroi

Lo chiavamano Jeeg Robot” non è un film a cui si riesce a rendere giustizia raccontandone la trama. Se al centro ci sono le vicende di Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) che acquista dei superpoteri quando cade nel Tevere ed entra in contatto con una sostanza radioattiva, è altrettanto vero che non si tratta semplicisticamente di una storia di supereroi.

Il valore del film è da ricercare nelle magistrali interpretazioni dei tre protagonisti: certamente Santamaria, ma soprattutto Ilenia Pastorelli e Luca Marinelli che raccolgono con grande successo la sfida di due personaggi complessi, che sarebbe stato facile lasciar scadere in due macchiette senza spessore psicologico.

Tra gli elementi chiave di questa storia ben scritta (e ben recitata) c’è la poesia con cui viene descritto il rapporto tra Enzo e Alessia (Ilenia Pastorelli), ragazza con problemi psichici, figlia del vicino/complice del giovane romano. Stupisce come la delicatezza di un sentimento inedito sfoci in violenza per ignoranza e per l’incapacità di capire se stessi e gli altri.

“Una favola urbana fatta di superpoteri”

Il regista Mainetti ha speso inoltre alcune parole per spiegare la scelta di presentare al pubblico un supereroe vicino alla nostra quotidianità:

Da amante dei generi penso che quello supereroistico rappresenti la sfida più complessa e pericolosa. Fare un buon film per me, significa raccontare con originalità. E quando ti avventuri in un genere che non ti è proprio, il rischio di scadere in un’imitazione è dietro l’angolo. È per questo che non abbiamo voluto raccontare le avventure di un superuomo in calzamaglia.

Non avremmo avuto il tempo necessario per aiutare lo spettatore a sospendere l’incredulità. Dovevamo perciò convincerlo a credere dall’inizio. Come? Con le verità che ci appartengono, tangibili in personaggi ricchi di fragilità, che spero riescano a trascinare per mano lo spettatore in un film che, lentamente, si snoda in una favola urbana fatta di superpoteri.

Debora Troiani

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Debora Troiani

Laureata in Lingue, Letterature, Culture e Traduzioni alla Sapienza, studio ora Editoria e Scrittura, con un curriculum orientato al giornalismo. Sono una grande appassionata di lingue e letterature straniere (soprattutto russa e tedesca), di teatro, cinema e in generale di forme d'arte impegnata che affronta temi sociali.
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