L’uomo che ha ucciso l’ex primo ministro giapponese Shinzo Abe è stato condannato all’ergastolo, tre anni e mezzo dopo aver sparato mortalmente all’ex leader durante una manifestazione nella città di Nara nel 2022.
Lo stesso Tetsuya Yamagami si è dichiarato colpevole del crimine all’apertura del processo lo scorso anno, ma la punizione che merita ha diviso l’opinione pubblica giapponese. Mentre molti considerano il 45enne un assassino a sangue freddo, alcuni simpatizzano per la sua educazione travagliata.
Yamagami condannato all’ergastolo per l’omicidio di Abe
I pubblici ministeri hanno dichiarato che Yamagami meritava l’ergastolo per il suo “grave atto”. L’assassinio di Abe ha sconvolto il Paese, dove non esiste praticamente alcun crimine con armi da fuoco. Chiedendo clemenza, il team difensivo di Yamagami ha affermato che l’uomo era vittima di “abuso religioso”.
Il movente
Il movente dell’attentato risiedeva nel rancore personale di Yamagami nei confronti della Chiesa dell’Unificazione, alla quale sua madre avrebbe donato circa 100 milioni di yen, poco più di 600.000 euro, portando la famiglia sul lastrico. Dopo il suicidio del padre e la morte del fratello, Yamagami decise di abbandonare gli studi, vivendo in crescente isolamento. Secondo la difesa, fu vittima di “abuso religioso” e agì convinto che eliminare una figura di spicco come Abe – che aveva partecipato a eventi legati alla setta – avrebbe “smascherato le sue pratiche predatorie”. La Procura, pur riconoscendo il contesto drammatico, ha ribadito che Yamagami era un adulto consapevole e che il suo gesto non può essere giustificato da sofferenze personali. L’arma, costruita artigianalmente, inoltre, dimostrava un’azione premeditata. Sul luogo dell’attacco, la sicurezza non riconobbe subito lo sparo – riflesso di un Paese dove la violenza armata è quasi sconosciuta – e intervenne troppo tardi per salvare la vita all’ex politico 67enne, fino ad allora il primo ministro con la permanenza complessiva più lunga nella storia costituzionale del Giappone.





