C’è stato un tempo in cui avere le lash extensions non era solo una scelta beauty, ma un vero e proprio flex. Non importava se lo stipendio era al limite del sopravvivere o se i refill costavano come una cena stellata: quelle ciglia lunghe e perfette valevano ogni sacrificio. Cat-eye, bombshell, volume… scegliere lo stile era un rituale, e sedersi su quella poltrona significava dichiarare fedeltà a un’estetica che faceva sentire pronte a tutto.

Lash Extensions? Da status symbol a cultura pop (e come sono cambiate dopo la pandemia)

Negli anni ’10 e primi ’20, saloni come Envious Lashes a New York o D’Lashes a Beverly Hills erano veri e propri templi del glamour. Beauty editor, modelle e anche signore over 50 entravano e uscivano con lo sguardo trasformato. Dionne Phillips, pioniera della tecnica già nei primi ’90, ricorda come tutto fosse iniziato con ciglia finte tagliuzzate per creare un effetto custom. Da lì, il passo verso colle professionali e fibre ultra naturali è stato breve. Celeb come Christina Aguilera, Viola Davis e Sandra Oh sono passate sotto le sue mani, e il boom si è diffuso ben oltre Hollywood.

La pandemia e il plot twist

Poi è arrivato il 2020, e improvvisamente il refill ogni tre settimane non era più una priorità. Le lash extensions sono state dichiarate “non essenziali” e chiunque abbia mai vissuto di refill ha dovuto reinventarsi. Alcune hanno mollato tutto, altre hanno scoperto l’universo dei kit fai-da-te. Marchi come Lashify, Kiss, Ardell e Flutterhabit hanno capito subito la domanda e hanno iniziato a offrire soluzioni rapide, low-cost e sempre più user friendly.

Il risultato? Un’intera generazione ha imparato a incollarsi ciglia da sola davanti allo specchio del bagno, tra una call su Zoom e una ricrescita di sopracciglia gestita in modalità casalinga. Kiss, per esempio, con Falscara ha conquistato sia consumatrici che make-up artist grazie a un sistema di bonding e sealing che permette di applicare mini cluster sotto la rima. Molti hanno fatto lo switch definitivo: meno costi, meno manutenzione, più libertà.

Professioniste vs DIY girls

Ma attenzione: decretare la “morte” delle lash extensions professionali sarebbe ingiusto. Saloni come quelli di Clementina Richardson o della stessa Phillips continuano a essere fully booked. Perché? Per molte, l’idea di affidarsi a mani esperte resta imbattibile. Non si tratta solo di avere ciglia perfette, ma di vivere l’esperienza: sedersi un’ora, chiudere gli occhi, uscire trasformate.

Chi sceglie il salone cerca spesso personalizzazione estrema, qualcosa che il fai-da-te non può garantire. E, parliamoci chiaro, c’è anche chi non vuole combattere ogni mattina con pinzette e colle. Dall’altro lato, la nuova generazione beauty è più fluida: un refill ogni tanto, qualche settimana di clusters auto-adesivi, un mix che segue mood, calendario e portafoglio.

Oggi le ciglia seguono una direzione decisamente più soft. Niente più volumi esagerati stile bambola, ma look eterei, quasi trasparenti: le cosiddette ghost lashes. In salone come a casa, l’effetto ricercato è leggero, wispy, “fluttery”. Non significa che la girl bombshell sia sparita (anzi, è viva e orgogliosa), ma la tendenza mainstream è verso la naturalezza.

Sì ma attenzione al lato dark

Dietro al glamour, però, c’è un lato meno instagrammabile: l’industria delle lash extensions è ancora poco regolamentata. Secondo esperte come Richardson e Phillips, chiunque potrebbe improvvisarsi lash artist dopo un corso di poche ore. In realtà, in stati come New York serve una licenza da estetista, cosmetologa o infermiera registrata per applicare extensions in modo legale. Una differenza che pesa quando si parla di sicurezza degli occhi.