Colton Baker, in arte Machine Gun Kelly, nasce nel 1990 a Houston. Amante del genere rock, punk e pop fin dagli esordi, il rapper debutta nel 2012 con l’album Lace Up. Il suo ultimo lavoro intitolato Mainstream Sellout è stato tanto apprezzato dai fan e dalla critica per il carattere pungente e per le produzioni definite “feroci”. Il suo estro musicale, il carattere eccentrico condito da una serie di eccessi che lo rendono esplosivo – vedi la figlia avuta da giovanissimo e la relazione pubblica con Megan Fox – sono gli elementi che lo rendono vincente. E la scelta del suo nome d’arte è una chiara summa di tutto ciò. Machine Gun Kelly voleva entrare sulla scena e farsi ricordare.
La scelta del nome d’arte e il legame con il passato
Nel gennaio 2021 va in scena l’undicesimo episodio del Saturday Night Live di New York, noto show americano della rete NBC. In quella puntata Machine Gun Kelly è ospite assieme a John Krasinski. Ovviamente tanti si sono collegati per godersi i suoi sketch e le esibizioni di MGK, ma ciò che ha colpito molti è stato soprattutto un dettaglio. Il cantante ha infatti spiegato al pubblico, in uno scambio di battute con Pete Davidson, perché ha scelto il suo nome d’arte corrente. E tanti sono rimasti di stucco, perché nessuno se l’era mai chiesto. Baker dice di aver preso spunto dal noto criminale del proibizionismo George “Machine Gun” Kelly. Ma chi era quest’uomo?
Don’t shoot, G-Men!
Il gangster George “Machine Gun” Kelly nasce nel 1895 a Memphis. Vissuto da sempre nella città a sud-ovest dello stato del Tennessee, Kelly conduce inizialmente una vita apparentemente onesta, prima come tassista e poi come distillatore illegale. Entra ufficialmente nel mondo del crimine a diciannove anni, passando dal contrabbando di liquori alle rapine a mano armata. Dopo un primo matrimonio con Geneva Ramsey, terminato a causa delle costanti difficoltà economiche e dei suoi problemi con la legge, il gangster si sposa con Kathryn Thorne nel settembre del 1930. Secondo gli storici, è proprio Kathryn la vera mente dietro il suo mito: fu lei a regalargli il primo mitra Thompson e a studiare a tavolino il profilo del criminale perfetto, arrivando persino a regalare i bossoli delle sue esercitazioni agli amici come “souvenir”. E’ proprio questo uso scenografico della mitragliatrice a garantirgli l’appellativo “Machine Gun”. Dopo le prime condanne per contrabbando, Kelly non si ferma, anzi è più scatenato di prima. Come si legge nella sezione FBI Famous Cases, il criminale attirò l’attenzione definitiva delle forze dell’ordine per il clamoroso rapimento del petroliere Charles Urschel nel 1933. Dopo aver rilasciato l’ostaggio dietro il pagamento di un riscatto e un duro inseguimento durato settimane, i federali riuscirono a catturarlo. Nell’immaginario collettivo è nata da quel momento la leggenda che Kelly, accerchiato dai federali, abbia pronunciato la frase: “Don’t shoot G-Men, don’t shoot!”, coniando di fatto il termine (Government Men) per indicare gli agenti del governo. Tanti hanno smentito l’episodio, descrivendo una cattura molto meno epica, ma nell’immaginario collettivo quel grido è rimasto impresso. Dopo l’arresto arrivò la condanna definitiva ad Alcatraz, dove si spense nel 1954 a causa di un attacco cardiaco, proprio nel giorno del suo cinquantanovesimo compleanno.

Parole come una mitragliatrice
La grande intuizione di Baker sta proprio in questo: riconoscere ed associarsi simbolicamente a una figura che riportasse alla mente l’immagine della velocità e della crudezza insieme. La musica di Baker si potrebbe infatti riassumere così. Pensiamo agli album Tickets to My Downfall, che contiene il singolo my ex’s best friend, o quello dal titolo Mainstream Sellout con la canzone maybe. Sono tutti album con un preciso sound: il genere pop rock si unisce al rappato, ma con una cadenza di una mitragliatrice. Per questo motivo la musica di Machine Gun funziona e arriva ai fan. Ciò lo testimonia anche il Lost Americana tour, annunciato sui social il 17 settembre 2025 e totalmente sold out. Il tour, iniziato a Orlando il 15 novembre 2025, ha portato il cantante in tutto il mondo fino al 7 gennaio 2026. E come dimenticare la data italiana di Bologna il 15 Febbraio presso l’Unipol Arena. I fan lo amano, gli incassi sono alti e il suo nome, insieme alla sua arte, ormai sono iconici.
I rischi del mestiere
L’altro lato della medaglia esiste in ogni situazione. E in questo caso è abbastanza evidente quale essa possa essere. L’artista molte volte è stato criticato per volersi associare ad un criminale. Una esaltazione e romanticizzazione della criminalità, è questa l’accusa che si sente più spesso. Anche il suo stile di vita, così estroso ed esplosivo, sembra voler ricalcare le orme di una persona fuori dagli schemi, non scontata. A preoccuparsi sono soprattutto le famiglie dei giovanissimi. In loro è forte il timore che i figli, conoscendo le origini del nome d’arte di Baker, vogliano poi emulare lo stile di vita gangster o del rockettaro che unisce eccessi e estro cadendo in una spirale di autodistruzione. Ed è però a questo punto che si apre uno spiraglio di riflessione ben diverso.
Dividere la persona dal personaggio
Associare una vita fatta di illeciti come quella di George Kelly a quella di un cantante che comunque non si è macchiato degli stessi crimini è rischioso, perché pone alla base un’equazione pericolosa. Si assume infatti che il personaggio e il cantante siano la stessa persona. Ma non è così. Il nome d’arte è tale perché è frutto di un’identità artistica e sotto di esso esiste una persona, in questo caso Colton Baker, che vive la sua vita. Il modo in cui Baker scelga di gestire il suo privato non spetta ai più giudicarlo. La musica deve restare al centro, altrimenti si rischia di porsi verso gli artisti in maniera troppo giudicante e superficiale. Baker non è un criminale e non vive come tale. La sua idea era di far arrivare ai fan una musica cruda, diretta e senza fronzoli pop. E ci è riuscito. Le polemiche, in questo caso, perdono consistenza, anche perché di fronte ad esse va in primo piano l’attenzione alla salute mentale e fisica degli artisti, che non sempre vengono tutelati. E Baker sembrerebbe averlo capito per primo, visto che ha pubblicamente richiesto di essere chiamato con l’abbreviativo MGK. Non ha dato molte spiegazioni, ma forse la ragione si può comprendere: è un modo per riappropriarsi della propria identità umana oltre quella scenica. È importante quindi che sia i fan che la critica si facciano le giuste domande, perché solo così l’arte può restare autentica.
Layla Perroni
Seguici su Google News





