I manifestanti pro pal nel mirino per l’azione contro la sede de La Stampa… Ma quando si parla di “estremismo”, sarebbe ora di nominare quello vero.
Venerdì a Torino un gruppo di manifestanti filopalestinesi ha fatto irruzione nella sede della Stampa: vernice spray, letame nel cortile, vecchie copie del giornale rovesciate a terra. Un’azione dimostrativa forte, certo. Lo hanno fatto per denunciare il trattamento riservato all’imam Mohamed Shahin, detenuto nel CPR di Caltanissetta con un provvedimento di espulsione considerato discutibile persino da diversi giuristi. La loro protesta nasce da qui, ma si allarga: riguarda il modo in cui l’informazione italiana racconta — e distorce — ciò che ruota attorno alla Palestina.
Ed è qui che il dibattito incontra dei cortocircuiti logici. In modo ipocrita, si grida allo scandalo per della vernice su un muro, Ma perchè non si trova lo stesso fiato per ciò che sta accadendo a Gaza da più di un anno? Se l’estremismo è una parete imbrattata, con che parole definire un genocidio trasmesso in diretta mondiale, che continua mentre noi ci indigniamo selettivamente?
L’estremo non è una scritta su un muro. L’estremo è il genocidio.
Quando parliamo di “estremismo”, serve ricordare (anche ai giornalisti, a quanto pare) quali leggi internazionali oggi vengono violate in modo sistematico:
- Convenzioni di Ginevra (IV Convenzione, 1949): vietano il trasferimento forzato di popolazioni civili, la punizione collettiva, gli attacchi indiscriminati.
- Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (1998): definisce genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
- Diritto Internazionale Umanitario: obbliga le parti a proteggere ospedali, scuole, personale medico, civili.
Tutto questo viene violato, quotidianamente, da Israele. Ciò accade ora, ed è molto peggio di una sede imbrattata. Intanto,m gran parte dei media italiani spinge narrazioni che minimizzano, confondono, o riducono la questione a un gioco binario “buoni vs cattivi” o “moderati vs estremisti”. Essere un giornale di propaganda, essere un giornalista senza deontologia, significa: rendere un imbrattamento (che è, per quanto contestabile, espressione di un dissenso politico) il centro del discorso pubblico, mentre i bambini morti non ci arrivano quasi più in prima pagina.
IlPost, la stampa italiana e la costruzione del “manifestante come colpevole”
Che i media non siano strumenti neutri di informazione ma abbiano un ruolo politico è un fatto. il modo in cui IlPost e altri giornali impostano titoli e articoli su questi eventi lo dimostra: osserviamo subito il frame (trito e ritrito) del disordine, del vandalismo, del “pericolo”. Il tutto, come sempre, senza analizzare il contesto di repressione, né le motivazioni politiche, né tantomeno la sproporzione tra il fatto e l’indignazione che genera. Ma la domanda da fare è un’altra: perché un gesto simbolico è più violento di migliaia di cadaveri?
Raccontare la protesta come violenta significa togliere legittimità a chi denuncia violenze reali. Vuol dire letteralmente manipolare l’opinione pubblica per spostare l’attenzione su qualcosa di più facile, più digeribile, più innocuo da commentare.
I manifestanti hanno usato una pratica radicale, certo. Ma la radicalità, storicamente, fa parte del dibattito politico. Negarla è negare l’essenza della politica, perchè si cerca di praticare la cesura. Censura che, quando i militanti neofascisti picchiano i manifestanti propal, invece sembra sparire. Ma soprattutto, quando l’orrore è compiuto da Israele, allora le diplomazie tacciono. Ed ecco che la politica italiana recita condanne automatiche a chi si oppone dal basso, senza mai nominare l’orrore più grande, ci sono momenti in cui serve un gesto che spezzi la narrazione dominante.
I veri estremisti non sono i manifestanti pro pal che imbrattano La Stampa
A Gaza muoiono civili, famiglie intere, ospedali bombardati, convogli umanitari colpiti. E questo non da ieri: da annii. E mentre la comunità internazionale si perde tra le semantiche (“cessate il fuoco”, “tregua”, “pausa umanitaria”), sul terreno non resta nulla di intero.nDi fronte a questo, il vandalismo è davvero ciò dovremmo chiamare “estremo”? Il dissenso è un linguaggio politico, nato in un contesto dove ogni protesta moderata è stata ignorata o neutralizzata. Com’è possibile che una parete sporca faccia più notizia della morte di migliaia di civili?
Se i media avessero raccontato la Palestina in modo corretto da anni, forse nessuno oggi sentirebbe il bisogno di gesti radicali. E invece eccoci qui: a condannare vernice spray, mentre chi viola il diritto internazionale continua indisturbato.
Maria Paola Pizzonia





