Cultura

Marcel Proust, “Alla ricerca del tempo perduto”: il viaggio interiore nel ricordo, la memoria del tempo

Marcel Proust, io-narrante nel suo romanzo “Alla ricerca del tempo perduto“, denominato “L’opera cattedrale“, si accinge a immergere la petite madaleine nella tazza di te‘: viene riportato da quell’odore, da quel sapore unico, come in una dimensione onirica, nei giorni “del tempo che fu”, al tempo trascorso da zia Léonie, a Combray, in compagnia dell’amico di giochi Swan e rivive i giorni spensierati, nel fiore della sua gioventu’.

Proust: “Alla ricerca del tempo perduto”: la tecnica del flusso di coscienza e il tema del ricordo della giovinezza

Marcel Proust - Photo Credits L'Espresso
Marcel Proust-Photo Credits L’Espresso

Nel suo primo volume “Chez Swann” della sua opera, Marcel Proust, “fotografa” il momento unico del ricordo, nel flusso di coscienza, ove racchiude la coscienza interiore, in una coesistenza tra passato e presente: secondo la teoria del tempo creativo, di Henri Bergam, il tempo muta l’essenza delle persone, dei fatti e dei sentimenti, nel romanzo e l’artista non limita a creare, ma a scoprire la verità, cogliendola nella memoria, tramite la memoria involontaria, ovvero il recupero del passato, partendo da delle sensazioni, come il sapore unico della petite madaleine, il famoso biscotto che accompagna Proust, in un viaggio nell’anima, ove viene riportato alla realtà passata, che si “imprime solo nella memoria”.

Nel volume “A’ l’ombre des geunes filles en fleures“, descrivendo il paesaggio di Combray, con l’ausilio della memoria volontaria, denota i suoi personaggi dai tratti particolari, con una degna nota umoristica, mentre, tramite la poetica “delle intermittenze del cuore“, un viaggio nella mente, crea un ponte tra presente e passato, tra una causale sollecitazione nel presente e il tempo perduto, riprendendo il tema del duplice amore per Gilberte, figlia dell’amico Swann e di Odette e per Albertine, la giovane delle “figlie in fiore“, che incontra lungo la Costa Normanna, in un soggiorno presso la nonna, di estrazione borghese, ma caratterizzata da un linguaggio gergale che non è proprio della sua indole, della sua essenza.

La decadenza dei valori dell’aristocrazia e il tema dell’omosessualità

Nel volume “I Guermantes“, Proust, svilisce l’importanza del rapporto con la madre, della “sua buonanotte”, che cade in secondo piano e descrive il mondo mondano, connotando la decadenza dei valori della classe aristocratica dell’epoca e la nascita e l’arricchimento della classe borghese: Proust si innamora all’opera teatrale, della Contessa Guermantes, che rivela lo svilire dei valori della nobiltà del tempo, nella sua omosessualità, in un contesto ove il castello della famiglia nobiliare dei Guermantes fa da sfondo alle scene.

Nel volume “Sodoma e Gomorra“, lo scrittore affronta ancora il tema dell’omosessualità dell’amata Albertine, al cui amore si abbandona, per lenire le sofferenze suscitate dalla morte della nonna, colta da un malore, durante una passeggiata in sua compagnia nei Campi Elisei. La scelta di Proust, riguardo al titolo del quarto volume “Sodoma e Gomorra” vuole riferirsi al dramma biblico, della distruzione delle due città, di Sodoma e Gomorra, per volontà divina, a causa dei comportamenti omosessuali degli abitanti: Proust ne evince che il mondo stia andando verso la distruzione totale, come gli abitanti delle due città, colpite da un asteroide.

Proust, “Alla ricerca del tempo perduto”: il tema dell’amore ossessivo ed egoista

Nel volume “La prigioniera“, Proust segrega Albertine, nel suo appartamento a Parigi, la isola dal resto del mondo: la giovane vive Parigi, scorgendola da una finestra, “Fin dal mattino, la testa girata verso il muro, sapevo già che tempo faceva”. Una parte dell’animo di Proust vuole sposare Albertine, perchè sebbene costei sia l’emblema del padre dei vizi, “la bramosia delle carni“, costei rappresenta la seduzione che prova l’uomo per ciò che gli è negato, ovvero la vita tanto agognata da Proust, la vita fomentata dalla ricchezza materiale. Proust cerca un dominio assoluto sulla vita di Albertine, per alienarla dal mondo delle tentazioni, ma il tempo e la vita sfuggono spesso al nostro controllo…

Nel volume “La fuggitiva“, Proust tratta la tragedia della morte di Albertine, che in fuga dal suo amore ossessivo, cade da cavallo. Proust non si sente la vittima della situazione, bensì il carnefice, che si redime dal suo peccato, dalle sue colpe morali, quando in un soggiorno a Venezia con la madre, scorge il Battistero, simbolo dell’auto-perdono; si spalanca così la porta della vita per Proust: dopo un susseguirsi intricato di diversi stati interiori convulsi, l’io-narrante si accorge che qualcosa nel suo io interiore è mutato, Albertine, grazie alla pratica della “teoria della sostituzione dell’io“, non esiste piu’ nel suo cuore, ora i simbiosi con l’anima.

Proust, “Alla ricerca del tempo perduto”: la tematica del tempo ritrovato e dell’arte come immortalità dell’attimo

Nel volume della “Ricerca del tempo perduto“, “Il tempo ritrovato“, Proust, nelle passeggiate con Gilberte, ormai promessa in sposa a Roberte Saint-Loupe, rievoca i giardini dell’infanzia, trascorsi con la sua compagnia di avventure, e in una sorta di teoria nichilista, l’io narrante si annulla nel personaggio del passato: Proust rivive il passato della sua gioventu’ in maniera diversa, comprendendo l’errore di non avere colto l’attimo fuggente con Gilberte, e ora vuole restituire le poche attenzioni che il mondo gli ha donato, vuole essere testimone del suo tempo, quel suo tempo interiore, soggettivo, vuole scrivere il suo romanzo.

Nello stesso volume Proust, descrive nel ricevimento presso il castello della Principessa Guermantes, “l’irregolarità del pavimento del cortile” rievocando i bei tempi, il tempo trascorso della giovinezza: Proust è il vero artista, che scopre giorno dopo giorno il segreto della vita, la verità assoluta, l’essenza delle cose, in una dimensione extratemporale, e vince sul fluire del tempo, in quanto decide di scrivere il romanzo, di immortalare “i giorni felici del tempo che fu”, trasformandoli in arte, trasfigurando l’eterna giovinezza.

Marina Lotito

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