Le prime stagioni di Black Mirror furono un evento più che epocale. Anzi, furono un evento di carattere culturale e quasi uno spartiacque nel nostro modo di porci nei confronti della contemporaneità e della tecnologia. Ma, con il passare degli anni e l’evolversi di una società interamente fondata su dati e piattaforme, quel senso di ignoto e orrore si affievolì. Ed ora è sempre più difficile imprimere un senso di novità o di sorpresa quando si vuole usare la fantascienza o la tecnologia come motore portante della tensione narrativa. Mercy: Sotto Accusa, nuova pellicola di Timur Bekmambetov che torna ad Hollywood dopo il disastroso Ben Hur, soffre dello stesso problema. Se quella di Mercy è un’idea interessante (seppur decisamente non originale), il senso di smarrimento non arriva dalla paura del quanto sia possibile che gli eventi accadano, ma piuttosto sul quando.

Quello di Mercy è un fascismo futurista, una visione decisamente non rosea che ci pone una domanda essenziale: Dobbiamo fidarci delle IA? E, se per ora quella dell’intelligenza artificiale sembra una bolla oligarchica in cui grandi agglomerati si scambiano miliardi e i servizi IA vengono inseriti ovunque per giustificarne l’esistenza, cosa accadrebbe se invadessero le sfere politiche, sociali e giuridiche dei nostri apparatici pubblici? In una società delle piattaforme e dei dati, in cui nessuno è più invisibile saremmo probabilmente tutti in pericolo. E la sceneggiatura firmata dallo sconosciuto Marco van Belle vuole ragionare su questo aspetto dimenticandosi un punto fondamentale: viviamo già in un mondo del genere.

Mercy: Sotto Accusa, procedurale

Chris Pratt in una scena di Mercy: sotto accusa

Mercy: Sotto Accusa pone al centro della narrazione l’esistenza di un IA giudice, giuria e carceriere in degli Stati Uniti distrutti dalle lotte sociali. Dopo anni di divisioni e repressione, la società si è spaccata in due: chi vive nell’agio e chi nei bassifondi statunitensi, ormai in totale povertà e terra di nessuno. Per ristabilire un’arbitrario ordine, viene istituito il programma Mercy, un’intelligenza artificiale che sostituisce una giuria e un processo equo con un giudizio sommario, inequivocabile e conseguente pena di morte. Ad essere giudicato è Chris, poliziotto che si risveglia nella stanza dove verrà giudicato dall’IA dopo essere stato accusato di aver ucciso la moglie. Avrà solo novanta minuti per provare la sua innocenza.

In uno screenlife thriller con elementi da procedurale, Mercy scorre velocissimo in un centinaio di minuti di screentime. Chris Pratt nel ruolo del poliziotto Chris Raven è in parte ma a prendersi la scena è Rebecca Ferguson nei panni di un’integerrima IA. E, se inizialmente una Ferguson pre-registrata e la messa in scena totalmente ambientata in una stanza tra schermi e realtà aumentata disorienta, l’incessante scorrere del tempo segnato da un orologio a schermo sostituisce il dubbio con la fretta e la necessità di ricomporre i pezzi. Timur Bekmambetov gioca con la messa in scena e con le possibilità che un’ambientazione sostanzialmente spoglia può offrire. Tra immagini da droni, bodycam e immagini create dall’IA stessa, le possibilità si ampliano invece di assottigliarsi. I nuovi schermi invadono il vecchio in un ballo efficace e dalla forte vena intrattenitiva.

Parallelo

Il problema più grande di Mercy: Sotto Accusa, risiede allora in una fin troppo pigra costruzione dell’immaginario. L’elemento fantascientifico e futuristico è ridotto ad una flebile copia di una copia. Ad una poco ispirata rappresentazione di cosa dovremmo aspettarci dai veicoli del futuro e dalle armi dei prossimi anni. E, nonostante un’idea tanto efficace quanto poco originale (impossibile non pensare a K. Dick e a Minority Report di Spielberg) e ad un finale un po’ prevedibile – elementi che non intaccano il tutto sommato buon confezionamento del film – la visione artistica e tecnica non è al passo con l’idea. Una visione interessante, un cast sul pezzo (Chris Pratt e Rebecca Ferguson su tutti) e un regista che si muovo bene dentro alla struttura narrativa e ai nuovi schermi sono tutti elementi a cui non viene data giustizia da una costruzione dell’immaginario troppo sbiadita. In parallelo direttamente con il messaggio del film. Chissà se voluto o meno.

Alessandro Libianchi